La politica dell’epidemia

La politica dell’epidemia

Proverò schematicamente a individuare alcune questioni di metodo per riflettere su questa vicenda epidemica che va sovrapponendo elementi tragici a rischi per la nostra democrazia.

Una premessa: non è vero che ci troviamo di fronte a un fenomeno inedito, la storia dell’umanità ha una familiarità con le epidemie sino alla cosiddetta ‘spagnola’ (1918). Inedito, in parte, è il virus, ma questo è un dato ovvio che certo rende la situazione più drammatica ma non storicamente inedita.

Se insisto su questo aspetto è perché è importante chiarire che la storia dell’umanità , e anche quella dell’Italia prima e dopo l’unificazione, ha una ‘memoria’ di simili vicende da cui trarre non certo soluzioni, ma strumenti di analisi e indicazioni per definire approcci di cui dotarsi o non dotarsi per affrontarle.

Proviamo a entrare nel merito. Una delle cose da non fare in casi di paure sociali è quello di fomentare la paura per utilizzarla a fini politici perché ciò stravolge deformandoli significativamente società e istituzioni. Inutile fare esempi storici, ormai abusati. E’ però quel che sta avvenendo ora. Il governo, come accaduto spesso anche in passato, si è fatto promotore della caccia all’untore. Dopo aver provocato (non ha importanza qui ed ora chi ha diffuso la ‘velina’, quel che conta è che la notizia è ‘sfuggita’) il fuggi fuggi da Milano e dal Nord con una gravissima fuga di notizie, ha cominciato a criminalizzare i fuggiaschi portatori della malattia nel Mezzogiorno. Io non suggerisco complotti ma non credo neanche all’ingenuità. La vicenda è stata (e lo è ancora) cavalcata per legittimare restrizioni e invocarne altre sempre più rigide. Di più: localmente i governatori e i sindaci hanno fatto a gara a rilanciare sulla sorveglianza, indossando via via accanto alla maschera sanitaria quella degli sceriffi. Aggiungendo alla dimensione sanitaria della vicenda, e anzi facendola diventare loro terreno politico privilegiato (perché dal punto di vista strettamente sanitario la cosa è in mano a virologi e medici in genere), quella dell’ordine pubblico. L’epidemia è al momento più che questione sanitaria (il vaccino ha i suoi tempi, le cure sono sperimentazioni), questione di ordine pubblico perché l’unica risposta praticabile è l’isolamento sociale. Esemplari al riguardo i comportamenti del sindaco di Messina e del presidente della Regione Sicilia (ma non sono casi isolati, al contrario il fenomeno tra la classe politica è molto diffuso sia a destra che a sinistra e nei social e nelle tv impazza appunto il politico sceriffo). La parola d’ordine “restare a casa” è diventata imperativo politico e morale: se esci non solo sei un trasgressore ma un irresponsabile diffusore di contagio. Tengo a chiarire che effettivamente allo stato attuale non si è sperimentato altro rimedio che ridurre il contatto sociale, incapaci come siamo di adottare le scelte tipo sudcoreane per carenze tecnologiche ma anche culturali. Ma per far questo che bisogno c’era di scatenare la caccia all’untore? Perché si è drammatizzato così il fenomeno? Inutile al momento far dietrologie, ma conviene soffermarsi ad analizzare il processo che in tal modo si è innescato. Un processo che registra il dilagare della paura sociale non solo nei confronti del misterioso virus , ma anche dell’ ‘altro’, cioè del comportamento irresponsabile degli altri che vanno quindi sorvegliati e puniti, per dirla come Foucault. E’ un meccanismo classico per produrre consenso a torsioni autoritarie legittimate dall’emergenza. Certo, siamo di fronte a una vera emergenza, sia pure accentuata dalle carenze complessive e specifiche del nostro sistema sanitario e da un approccio che rifugiandosi dietro i ‘tecnici’ e la ‘tecnica’ si rivela incapace di prendere in carico la mediazione/valutazione complessiva della vicenda. Ma ancora una volta chiediamoci: perché la si è così fortemente drammatizzata piegandola verso pratiche autoritarie (i DPCM, invece che i DL), provando a esautorare del tutto il Parlamento? Queste domande non invitano a dietrologie, ma vorrebbero porsi alla base di griglie analitiche per comprendere i processi innescati.
Mi pare allora fruttuoso soffermarmi sulla vicenda siciliana. Il primo afflusso di rientri dal nord è qui sfuggito del tutto al controllo del governo della regione oltre che di quello nazionale. Si sono allora levate alte le grida contro i ‘migranti di ritorno’, li si è criminalizzati raccontando episodi (il nipote che va a trovare il nonno nella casa di riposo e lo contagia) che miravano ad accrescere la criminalizzazione e l’odio sociale. Nessuno a chiedersi le motivazioni di fondo (sociali, economiche, anche esasperate dal panico, perché no, che spingevano le persone a ritornare in Sicilia). Il presidente della regione ha bloccato allora accesi e partenze dall’isola. Dopo di che ha ‘costruito’, tramite foto diffuse sui social, uno sbarco di massa mai avvenuto. Il Ministero degli interni ha documentato che lo sbarco non c’è stato. Ma alcuni pochi casi invece sono stati ‘criminalizzati’ e socialmente (cioè attraverso i social) massacrati. Non solo: alcune famiglie sono state bloccate e lasciate per più notti all’addiaccio agli imbarchi. Due artisti di strada francesi in cerca di un tetto sono stati trasformati in irresponsabili vacanzieri e untori. Si è così insistito nel denunciare l’inefficienza repressiva dello stato e l’urgenza di affidare al presidente o al sindaco di Messina (ciascuno dei due rivendicava per sé contro l’altro la maschera di sceriffo), poteri di intervento. L’episodio dei ‘turisti’ francesi si è rivelato un falso come tutto il resto . Ma non è bastato. Finiti gli sbarchi si è rilanciato su un atteggiamento ‘rilassato’ dei siciliani ribadendo la richiesta di l’intervento dell’esercito per poi arrivare a chiedere l’applicazione di un articolo dormiente dello statuto regionale, il 31, che consente in situazione di emergenza al presidente di disporre della polizia statale e dell’esercito nazionale. Così uno statuto che nessuno in Sicilia più apprezza, una Regione di cui tutti in Sicilia disprezzano le storiche malefatte con la sua burocrazia inefficiente e pletorica, diventano strumenti fondamentali e pregiati della storia siciliana, e li si candida ora tramite il suo presidente a unico nume tutelare dell’isola. Cancellati anni di diffidenze e soprusi davanti alla paura degli untori.
Cosa ricavare da questo episodio? Poiché la ‘ripresa’ non sarà immediata né uniforme, l’emergenza durerà e il rischio da parte delle forze politiche, sia di governo che di opposizione, di strumentalizzarla è fortissimo e già in atto. L’opposizione (dico a livello nazionale), con le sue vocazioni autoritarie e antieuropeiste trova terreno fertile per le sue aspirazioni. Al populista Movimento 5 stelle non par vero riprendere respiro dopo i ripetuti crolli elettorali e rilanciare i loro temi giustizialisti (si pensi ora alla rigidità sulle carceri del ministro Bonafede) e antiparlamentari.

L’epidemia sta così diventando l’occasione per dare un colpo pericoloso alla nostra vita democratica e spingere verso soluzioni autoritarie. La gravità della situazione economica e sociale renderà via via ancor più concreto questo rischio. Non c’è bisogno di evocare Weimar o l’avvento del fascismo, da cui pure possiamo trarre elementi di riflessione. Basti pensare all’ondata populista e sovranista di appena un anno fa, prima dell’epidemia. Essa dimostra che in Italia (e non solo ovviamente) è in atto un logoramento del tessuto sociale e democratico e una propensione a soluzioni autoritarie. La gravità del pericolo dovrebbe spingere a non limitarsi a gridare o lanciare allarmi, ma a provare a innescare processi in controtendenza. Da qui la necessità di avviare subito una riflessione sulla ‘ripartenza’ che non può aspettare il vaccino, ma sia pure gradualmente, deve ormai avvenire. Il tempo non gioca a favore della nostra democrazia in queste condizioni. E mi allarma e inquieta la cecità del segretario del PD che ancora oggi ribadiva la sua scelta di non parlare del ‘dopo’ e continuava a invitare gli italiani a ‘restare a casa’. Avrebbe fatto meglio a restare lui in silenzio.