Il Parlamento com’è?

Il Parlamento com’è?

Ad inizio estate e a fine anno i presidenti delle Camere prendono spunto dalla cerimonia del ventaglio e dagli auguri di Natale per profondersi in dissertazioni sull’importanza del Parlamento e sulla loro bravura nel condurlo ai meravigliosi successi del semestre precedente. Il galateo parlamentare impone ai presidenti di glissare sulle magagne dei lavori e di abbandonarsi ad elogi “pro domo”, basati, paradossalmente, sulle statistiche di un produttivismo fuori luogo, visto che le Camere non sono una fabbrica. La cosa strabiliante ai miei occhi, agli occhi di uno studioso che ha passato pure dei lustri tra Camera e Senato su entrambi gli scranni, di consigliere e di deputato; la cosa che non smette di stupirmi anche adesso che in vecchiaia osservo da lontano il Palazzo, è l’esaltazione delle virtù dei parlamentari applicate alla quantità anziché alla qualità del prodotto: più leggi, più sedute, più sindacato ispettivo, più commissioni per investigare e conoscere. Ciò che dovrebbe essere l’eccezione viene presentato come regola ammirevole. Possibile che sfugga ai presidenti, parlandone “sub specie aeternitatis” senza specificarli, l’ovvia considerazione che la quantità degrada la qualità, ineluttabilmente? Un Parlamento che fa troppe cose finisce per farle male, salvo eccezioni.

“Senatores boni viri senatus autem mala bestia”, chiunque l’abbia detto, sembra ben detto, parlando in generale. A ben considerare, invece, la colpa non è mai tutta e sempre della “mala bestia”, che non potrebbe esser tale se i “boni viri” fossero tali, almeno a stragrande maggioranza. Nessun composto, men che meno una compagine umana, può essere diversa in essenza dai suoi componenti semplici. Neppure le folle, che pure, secondo certi studiosi, obbedirebbero ad una speciale psicologia, sfuggono a questa verità. Gandhi guidò folle tanto imponenti quanto pacifiche. Adolf Hitler, no. Se volessimo considerare, come pure potremmo a buon diritto viepiù adesso, le Camere alla stregua dei due più importanti ed elitari club della nazione, la condotta dei membri dovrebbe conformarsi a standard tali da esaltare il prestigio e il ruolo dell’istituzione non meno della considerazione reciproca e popolare. Per esempio, in nessuna conversazione tra gentiluomini chi ha la parola verrebbe lasciato a se stesso nell’indifferenza e nella disattenzione, mentre chi ascolta è intento a giocherellare con il bicchiere facendovi tintinnare il ghiaccio oppure è preso da una concitata telefonata oppure è distratto dal cruciverba del giornale preferito oppure è ripiegato da un micidiale colpo di sonno.

Se il Parlamento non conta quanto alcuni vorrebbero o conta quanto altri lamentano non dipende forse anche dal fatto che troppi, anche quando intervengono alle sedute, vi fanno atto di presenza soltanto e partecipano ai lavori ma occupati in altre faccende, dando a vedere di snobbarli? Seppure non formalmente vietati dai regolamenti scritti, in molte assemblee rappresentative gli usi e i costumi parlamentari fanno considerare inaccettabili e censurabili, dai colleghi, dai presidenti, dal popolo, una serie di “distrazioni” che invece i presidenti italiani lasciano correre, deplorando poi nelle cerimonie comandate che il Parlamento non venga considerato come dovuto o che non appaia “compos sui”, cioè “che ha coscienza di sé e delle proprie azioni” (Treccani).

L’Opinione delle Libertà