Fmi: il ritardo dell’Italia (peggiore del previsto) nelle stime del World Economic Outlook

Fmi: il ritardo dell’Italia (peggiore del previsto) nelle stime del World Economic Outlook

Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.

La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.

Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.

La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.

La crisi e gli effetti sull’Europa
Ciò che colpisce è però soprattutto la diversità nelle reazioni economiche alla pandemia. Secondo l’Fmi l’area euro vedrà il suo prodotto cadere quest’anno dell’8,3%, quasi il doppio degli Stati Uniti (-4,3%). La Cina poi – unica fra le prime venti economie al mondo – mette a segno addirittura un’espansione (+1,8%). Anche se si guarda al complesso del biennio 2020-2021, la grande recessione da coronavirus segna un nuovo arretramento dell’economia europea sugli altri due principali blocchi commerciali e produttivi del pianeta. Dai due anni fino a fine 2021, gli Stati Uniti dovrebbero venire fuori con una contrazione del prodotto dell’1,2%; la Cina con una crescita comunque fortissima di oltre il 10%; a fine 2021 invece il prodotto della zona euro sarebbe ancora del 3% più piccolo di com’era a fine del 2019.

Si avverte in questa analisi il segno della relativa arretratezza tecnologica dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina e dello stimolo fiscale e monetario, che è stato molto maggiore in America che nel vecchio continente. Il declino europeo nell’economia internazionale, già percepibile in tempi normali, diventa così flagrante nelle fasi di maggiore tensione. Dopo il 2008 così come dopo il 2020.

La «tenuta» della Germania, il crollo dell’Italia
L’Europa presenta poi al suo interno una forte diversificazione, ancora una volta lungo linee di faglia molto simili a quelle che si erano già aperte nella crisi finanziaria e poi nella crisi dell’euro (2008-2015). Così l’economia tedesca subisce un arretramento del 6% quest’anno, secondo l’Fmi, ma dovrebbe recuperare oltre due terzi del terreno perduto nel 2021 e poter tornare ai suoi livelli pre-crisi già nella prima parte del 2022. Dunque fra circa un anno e mezzo, in tempi relativamente rapidi, la normalità economica potrebbe tornare in Germania.

Vista dall’Fmi tutta un’altra situazione è invece quella dell’Italia, che quest’anno dovrebbe perdere il 10,8% del prodotto in termini reali (la Nadef stima invece un Pil a -9%), per recuperare poi l’anno prossimo meno di metà di questo terreno perduto con un rimbalzo del 5,2% (la Nadef stima invece un +6%). Agli economisti del Fondo monetario sembra dunque che nel biennio dunque l’Italia sia avviata a perdere non tre punti come pensa il governo ma oltre cinque punti di reddito, esattamente come la Spagna, mentre per la Francia la perdita cumulata nel biennio sarebbe del 3%. La divergenza è dunque duplice: c’è quella dell’Europa in ritardo sulle altre grandi economie globali e quella dei Paesi più fragili su quelli più solidi all’interno dell’area euro. Ancora una volta, con questa grande recessione sembra ripetersi il copione di un decennio fa.

La ripresa post-Covid e il percorso a ostacoli dell’Italia
Anche le proiezioni più di lungo periodo rivelano un certo scetticismo dell’Fmi sulla capacità dell’Italia di riprendersi in fretta dal crollo del 2020 e trasformare all’insegna dell’efficienza – grazie anche al Recovery Fund – il proprio sistema produttivo. La previsione di crescita italiana al 2025 è di appena lo 0,9%, la più bassa in tutta l’area euro. Pesa in questo caso una situazione demografica molto fragile, con poche nascite, un rapido invecchiamento della popolazione e uno scarso apporto di immigrazione attiva.

I conti pubblici
Infine, le valutazioni del Fondo sui conti pubblici sono molto diverse da quelle della Nadef soprattutto riguardo ai conti pubblici. Dove il governo italiano per quest’anno vede un deficit pubblico all’10,6% del prodotto e un debito al 158%, l’Fmi proietta un deficit al 13% e un debito al 161,8% (sarebbe in assoluto il più alto di sempre nella storia d’Italia). È possibile che le stime del governo siano più accurate, perché è la Ragioneria generale dello Stato ad avere il polso più immediato di quanto si stia spendendo realmente dei circa 100 miliardi di aiuti stanziati in corso d’anno.

Colpisce però lo scetticismo dell’Fmi sullo scenario di un calo del debito nei prossimi anni che sia trainato da una crescita sostenuta. Per l’Fmi il debito pubblico italiano l’anno prossimo sarà al 158,3% del prodotto (più alto di come lo vede il governo quest’anno) e ancora al 152,6% nel 2025 (più alto di come lo vede il governo nel 2023). La nota di fondo riguardo all’Italia è dunque di preoccupazione – evidente fra gli economisti di Washington – che la crisi attuale possa creare in Italia dei danni molto difficili da riassorbire tempi brevi. Quanto a questo, uno scenario di rapida riduzione del debito grazie a una crescita sostenuta non sembra credibile per l’Fmi (come scritto sul «Corriere» il 6 ottobre). Il Fondo però non chiede una stretta di bilancio per questo motivo, date anche le condizioni molto precarie dell’occupazione e di tutto il sistema produttivo.

Corriere della Sera