Una repubblica fondata sul lavoro e sui Landini

Una repubblica fondata sul lavoro e sui Landini

Il diavolo, si sa, si annida nei particolari e, più spesso, almeno alle nostre latitudini, nelle pieghe dei decreti.

Spigolando nell’abnorme produzione normativa degli ultimi giorni, ci siamo imbattuti nell’articolo 1, comma 2, n. 1 del D.L. 8/4/2020 n. 23, cosiddetto “Decreto liquidità”. La norma in discorso, infatti, subordina la concessione delle garanzie statali ai prestiti per le aziende all’assunzione da parte delle imprese stesse del “impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”.

Certo, è sempre possibile una modifica parlamentare, ma oggi la norma è chiara: caro imprenditore, la liquidità puoi averla solo se riconosci alle organizzazioni sindacali un potere di veto, per di più senza limiti di tempo, circa la tua (almeno fino ad oggi) sacrosanta libertà di impresa.

Seguendo il celebre aforisma di Agatha Christie, possiamo, poi affermare che il decreto liquidità è già il “secondo indizio”. Infatti il d.l. 17.3.2020 n. 18, cosiddetto “Decreto Cura Italia” subordinava la richiesta di cassa integrazione, sia ordinaria che in deroga, all’occhiuto esame dei sindacati, anche se prima o poi una qualche anima pia dalle parti di Palazzo Chigi dovrà spiegarci cosa ci fosse mai da esaminare, dal momento che la cassa integrazione era (ed è) concessa a seguito di chiusure aziendali imposte da provvedimenti governativi.

E allora, sempre seguendo Agatha Christie, si giunge, alfine, alla prova che per il populismo di governo la soluzione, a fronte delle difficoltà conseguenti all’emergenza sanitaria, va ricercata in un rinnovato statalismo e nella sempiterna italica concertazione.

Tutto chiaro, purché si abbia il coraggio di non chiudere gli occhi ipocritamente di fronte alle conseguenze, non solo economiche, di questo modo di operare. Questo chavismo all’amatriciana pesa, e peserà, come un macigno sulla ripresa. Perché con la scusa del coronavirus si continuano a proteggere le debolezze strutturali del Paese, come d’abitudine strizzando l’occhio a interessi di corporazioni particolaristiche.

Debolezze e interessi che, sarà bene ricordarlo, penalizzano proprio i ceti più deboli che a parole si vogliono tutelare – ovvero quelli che, come gli operai, il proprio lavoro non possono certo delocalizzarlo – non certo quelli più forti, i quali potranno facilmente chiudere baracca e burattini nel Bel paese e riaprire dove a chi vuole intraprendere si fanno, come è logico che sia, ponti d’oro.

Forse è il caso che qualche vessillifero della Costituzione “più bella del mondo” si vada a rileggere l’articolo 41 della Carta, il quale, non per caso, sancisce che “l’iniziativa economica privata è libera”. Certo, la norma aggiunge che la stessa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, ma che occorresse il consenso di Maurizio Landini, fino ad oggi, non ce l’aveva detto nessuno.

 

Articolo pubblicato su L’Opinione delle Libertà