Tutti i doverosi passaggi del governo Draghi

Tutti i doverosi passaggi del governo Draghi

La fiducia nel governo Draghi cresce: gode del «gradimento» di circa due terzi della popolazione. Senza troppi trionfalismi, Draghi ha modificato radicalmente il registro di governo. Due attenti osservatori della scena politica hanno segnalato il cambio di passo. Massimo Giannini ha elencato i progressi fatti (piano vaccinale, minori conflitti con le Regioni, un serio piano di ripresa, miglior governo della macchina normativa, buone scelte degli uomini). Lucio Caracciolo l’ha definito leader sistemico (perché abituato a dirigere sistemi complessi e policentrici). Va aggiunto che il governo Draghi eredita una situazione di forte oscillazione, governata con molte improvvisazioni, che avevano provocato uno stato istituzionale confusionale e vulnerato i due grandi sistemi nazionali a rete, quello sanitario e quello scolastico, che rappresentano circa metà dello Stato: diretti ad assicurare l’eguaglianza dei cittadini, essi hanno alimentato forti diseguaglianze. Un altro acuto commentatore, Sergio Fabbrini, ha osservato che il governo Draghi nasce dal fallimento delle forze politiche dovuto alla frammentazione e alla impreparazione.
Che cosa ha fatto il governo Draghi, e che altro si potrebbe ancora fare? La sua nascita ha segnato, come è stato osservato da uno studioso, un «ritorno alla normalità costituzionale»: non sono state le forze politiche a indicare al presidente della Repubblica il capo del governo. Invece — come prescrive la Costituzione — è stato il presidente della Repubblica a indicare alle forze politiche, dopo averle consultate, il capo del governo. Poi, nonostante le difficoltà di raggiungere accordi tra partiti tanto eterogenei quanto quelli che sostengono il governo, è Draghi che mantiene — come dispone la Costituzione — l’unità di indirizzo politico, a differenza di tanti esecutivi nei quali l’azione di governo è stata la risultante dei compromessi tra le forze politiche. Draghi ascolta i partiti, ma poi si riserva di dettare la linea. In terzo luogo, il Consiglio dei ministri appare rivitalizzato: 23 riunioni in quattro mesi, frequenti ma brevi, senza sedute notturne, come in un recente passato; non più finte decisioni (testi approvati «salvo intese»); preparazione delle decisioni nei frequenti «pre-consigli»; norme scritte in modo leggibile (ma qui c’è ancora molto da fare). Quarto: Draghi è ascoltato all’estero e sa scegliere, all’interno, le persone, giudicate in base alle loro competenze ed esperienze, non per l’affiliazione a questo o a quell’altro partito. Quinto: l’attuale governo conosce gli ostacoli e sa come superarli; sa, ad esempio, che molti governi precedenti hanno promosso leggi che sono rimaste sulla carta perché attendono anche da anni i decreti attuativi e, con grande attivismo e senza guardare agli orientamenti politici, si sta impegnando per attuarle. Anzi, sta trasformando questa attenzione per la realizzazione in un metodo di governo, costituendo nuclei, uffici e reti chiamati a questo specifico compito, con obiettivi mensili per lo smaltimento degli arretrati, perché le leggi non rimangano solo promesse. Sesto: dove gli ostacoli sono maggiori, come nel campo della giustizia, seguendo la nobile tradizione britannica, istituisce commissioni di studio che soppesano le alternative e fanno uscire dall’oscurità il lavoro preparatorio delle decisioni. Infine, non comunica intenzioni, ma informa di risultati, consapevole del fatto che bisogna fare, prima di annunciare.

Se il governo Draghi ci sta portando lentamente fuori da quel regime di eccezioni, deroghe, divieti, improvvisazioni, provvisorietà, in cui stavamo vivendo da qualche tempo, si può dire che vada tutto bene? Che cosa resta da fare? «Log book» e «check list», il giornale di bordo e la lista di controllo, sono necessari, ma debbono diventare metodo di governo. La mappatura degli adempimenti e il controllo delle cose da fare, anche per verificare che siano fatte correttamente, debbono diventare strumento ordinario di gestione, perché non siano le urgenze o le emergenze (che non vanno prorogate) a stabilire le priorità.

Poi, bisogna sapere dove individuare i competenti e i capaci, per evitare di trovarsi come Nenni, nella «stanza dei bottoni» senza sapere quali siano quelli da attivare, o per scoprire che essi non funzionano. In terzo luogo, finora si sono decisi ristori, sostegni, bonus, distribuendo risorse, con spesa in conto corrente. È ora tempo di concentrarsi sugli investimenti, sia perché di scuole, ospedali, verde attrezzato, cura del paesaggio e del patrimonio culturale, strade, autostrade, ponti, c’è molto bisogno, sia perché di tutto questo possano beneficiare le generazioni future, quelle che dovranno onorare i debiti che oggi si accendono per queste spese. C’è un problema di giustizia intergenerazionale che va tenuto presente (e ricordiamo che i debiti non si possono rinnovare all’infinito e che i tassi di interesse possono tornare a risalire).
Infine, bisogna rimettere gli utenti al centro dell’azione pubblica. Lo Stato non esiste per dar lavoro ai dipendenti, ma per fornire servizi ai cittadini-utenti.

Corriere della Sera

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