Le privatizzazioni italiane tra Stato e mercato

Le privatizzazioni italiane tra Stato e mercato

La tragedia di Genova ha portato all’attenzione della politica la questione delle privatizzazioni e dei loro possibili, nefasti effetti. Ebbene, non scriveremo sulle autostrade perché già in molti lo stanno ben facendo.

Parleremo invece delle privatizzazioni italiane.

Primo dubbio: cosa deve rimanere nelle mani dello Stato? Certamente non le imprese operanti in concorrenza sul mercato e i motivi sono banali. In primis, la presenza pubblica distorce la competizione con i privati: l’accesso ai finanziamenti di chi è garantito dal governo è più semplice; l’interlocuzione dei dirigenti aziendali con i politici che li hanno scelti, più facile; l’occhio di riguardo del regolatore pubblico, più probabile. Inoltre, se nomine ai vertici, investimenti e politiche occupazionali sono motivati da interessi politico-elettorali e non di efficienza, il rendimento dell’azienda sarà peggiore con detrimento per tutti: fisco, fornitori, clienti, soci di minoranza.

Passiamo alle imprese che operano in regime di concessione poiché forniscono un servizio pubblico o sono monopoli naturali. Orbene, ciò che una volta era definito monopolio naturale, oggi non lo è più. Telecomunicazioni, televisione, poste o trasporti pubblici erano ad esempio ritenuti tali. Si è visto che così non è e anzi la tecnologia ha spesso ridefinito completamente il mercato stesso (si pensi a quello televisivo). Rimangono le cosiddette infrastrutture fisiche non replicabili: binari, strade, rete elettrica, gasdotti, acquedotti, aeroporti. Non è detto però che un servizio pubblico prestato attraverso un’infrastruttura debba essere di proprietà statale. Peraltro, la competizione morde in sempre più ambiti: chi avrebbe pensato che i treni in partenza da Milano sarebbero diventati concorrenti degli aerei non solo sulla tratta per Roma ma anche su quella per Napoli? Inoltre, per garantire il servizio universale ed evitare abusi di mercato ci si può affidare ad autorità realmente indipendenti che sarebbero comunque necessarie pur se la proprietà fosse pubblica.

Ciò detto, si può ricordare che, nonostante i loro difetti di attuazione, le privatizzazioni in Italia hanno portato circa 140 miliardi nelle casse erariali (che a valori attualizzati son ben di più) e quasi tutte le aziende cedute sono andate bene. Se prendiamo le banche, constatiamo che i crac sono addebitabili solo a quelle controllate a maggioranza dalle fondazioni “politiche” o alle popolari, con il loro sistema opaco di governance. Bnl, le banche di Crédit Agricole, Intesa SanPaolo e Unicredit se la sono cavata benissimo ole perdite le han coperte gli azionisti privati e non icontribuenti.

Alitalia, costata 7 miliardi allo Stato, è una vittima dei governi con la loro ossessione della compagnia di bandiera che ha impedito le facili combinazioni con Klm o Air France. Ilva, paralizzata da anni da politica e magistratura, ha avuto grandi colpe ambientali ereditate però dalla gestione statale e che poi l’autorità pubblica non ha saputo controllare (per i liberali il far rispettare la legge è uno dei pochi compiti dello Stato, quindi il liberismo reaganiano non c’entra).

Alcune società, non completamente privatizzate, ma almeno quotate in borsa e soggette alla concorrenza, come Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, hanno saputo far bene e nessuna di queste si è più resa colpevole di corruttela all’interno dei patri confini (per l’estero ci sono situazioni sub judice). Altre, come Autogrill, gli aeroporti, Ina, Nuovo Pignone, i supermercati Gs, son diventate dei gioielli. Telecom, con la sua storia difficile, va inquadrata nel contesto di un mercato delle telecomunicazioni esploso a beneficio della ricchezza nazionale e dei consumatori.

Così ricordiamo anche come la liberalizzazione del mercato insieme alle privatizzazioni formi una coppia deliziosa. Una fallacia degli statalisti è paragonare gli esiti imperfetti del mercato (nessuna persona sensata li nega) con un ideale Stato perfetto retto da illuminati reggitori. Ora, a parte che tale Stato sarebbe un incubo, esso o è frutto delle elucubrazioni platoniche, hegeliane o marxiste con i loro Re filosofi o le avanguardie del proletariato oppure di miraggi.

Alessandro De Nicola, “La Repubblica” 18 agosto 2018