Gli scambi Italia-Russia: un sacrificio necessario

Gli scambi Italia-Russia: un sacrificio necessario

Perché non commerciare

Volentieri commerciamo con ogni parte del mondo. Per convenienza, naturalmente, ma anche convinti che i commerci incorporino competizioni che non di-ventano conflitti. Questi ultimi, invece, bloccano e distruggono i commerci. Volentieri abbiamo commerciato con la Russia. Lo facevamo anche quando era Unione Sovietica. Spesso si sono sollevate obiezioni sul non mantenere relazioni produttive con Paesi che negano i diritti umani, quale certamente era l’Urss.

Obiezioni fondate, ma i commerci non sono fratellanza o condivisione. In particolare la globalizzazione, non a caso apertasi dopo il crollo sovietico, ha sottratto alla fame centinaia di milioni di umani. Risultato non trascurabile e certamente buono. Allora perché non continuare a commerciare con la Russia? Perché ci ha dichiarato guerra, muovendola a un Paese sovrano, a una democrazia e all’intero edificio del diritto internazionale. A questo punto i costi sono largamente secondari, perché quelli di una vittoria russa sarebbero enormemente superiori.

Dalla caduta della cortina di ferro in poi, la Russia è progressivamente diventata un partner commerciale molto importante per il nostro Paese. Tuttavia, in seguito alle recenti sanzioni, è verosimile che questo rapporto possa interrompersi, causando grosse perdite anche all’Italia.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri, nel 2021 il valore dell’interscambio commerciale tra Italia e Russia ammontava a poco più di 21 miliardi di euro. I prodotti esportati dal nostro Paese hanno fruttato 7.696 milioni (pari al 35,5% del valore complessivo dell’interscambio), mentre l’importazione delle merci russe per un valore di 13.948 milioni di euro costituiva il 64,5% del valore dell’interscambio.

Tra i beni maggiormente esportati figurano macchinari e apparecchiature industriali (27,9%), abbigliamento (11,2%) e prodotti chimici (9,3%). Altri prodotti molto apprezzati da Mosca sono le apparecchiature per uso domestico (6%), i prodotti alimentari (5,5%) e gli articoli in pelle (4,9%).

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Come illustrato in uno dei grafici a fianco, gli interessi del mercato russo ricadono soprattutto sui nostri prodotti lavorati o semilavorati. Al contrario, l’Italia importa soprattutto materie prime e combustibili fossili. Le materie prime, tra le quali sono inclusi i prodotti estratti dalle miniere e il gas naturale, costituiscono infatti il 61% del totale dei prodotti importati. Un’altra porzione consistente (23%) è rappresentata dalle merci di derivazione metallurgica (acciaio, alluminio e altri metalli) e dai derivati del petrolio (9%).

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La rottura dei rapporti commerciali con un partner così importante, dunque, rappresenta un danno non indifferente per l’economia del nostro Paese. Tuttavia, la guerra in corso alle porte dell’Europa costituisce una minaccia molto più preoccupante.

In quest’ottica risulta quindi fondamentale compiere ogni sforzo possibile per mettere fine alle ostilità, anche sacrificando convenienti (o utili) relazioni commerciali.

a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su La Ragione