Primo Maggio e libertà

Primo Maggio e libertà

Oggi cade l’anniversario di quando, qualche decennio fa, scoprii con sgomento che i miei genitori, artigiani e commercianti che lavoravano dodici ore al giorno, domenica compresa, non venivano considerati “lavoratori”.
La festa del 1 maggio non era per loro, anzi… per alcuni è sempre stata “contro” di loro: nemici costruiti ad arte da una politica che sembra ancor oggi non poterne fare a meno.I sacrifici che i miei genitori fecero per uscire da uno stato di povertà dove anche la farina era razionata non li rendono eroi, fu un’esperienza comune a molti Italiani. Lentamente, indebitandosi, lavorando molto e rischiando, dettero il via a una piccola impresa che ancora oggi è attiva con discreto successo e crea impiego per i lavoratori che festeggiano oggi.Ma ditemi ora, dove sta la differenza tra chi festeggia e chi no?
Non è ora di saldare l’asse tra chi rischia, produce lavoro e chi lavora da dipendente nel settore privato?
Non è ora di sentirci tutti vogatori schiavizzati sulla stessa barca che sta andando a picco a causa di uno stato divinità che preleva più della metà delle risorse di ognuno di noi per mantenere lo status quo e ampliare se stesso rimettendo a noi tutti i suoi debiti?

Siamo veramente liberi?
Non si parla più di libertà, è un tema faticoso per gli individui e pericoloso per i politici. La libertà è caos generativo, progresso, cambiamento, le classi dirigenti tutte sono, nei fatti, refrattarie ai cambiamenti.
Luigi Einaudi evocava sempre la libertà, insieme alla parola responsabilità.
Dal suo archivio ben gestito da FLE onlus ne emergono almeno 800 citazioni.

Ma come si concilia libertà con lavoro?
“Si associno gli operai e trattino, forti della loro resistenza organizzata, cogli imprenditori; ed elevino di molto il loro tenor di vita. L’elevazione sarà dovuta alla libera organizzazione e sarà meritato premio concesso a chi seppe dimostrarsi forte ed abile nella lotta economica. Non impongano tuttavia con una legge il loro volere agli altri operai ed agli imprenditori. Soltanto i deboli che non sanno conquistare il benessere e la ricchezza coll’opera propria, si accordano per impadronirsi dell’altrui ricchezza mercé l’impiego della macchina legislativa.”*

Emergono dunque altri e diversi nemici dei lavoratori tutti:
la burocrazia e lo Stato sovrano quale entità trascendente, nel quale tutti si ostinano a leggere una garanzia con approcci mistici e orbi, che si pone al di sopra dei cittadini e delle loro libertà in un torbido meccanismo di prelievo infinito, delirio da onnipotenza sul mercato e spesa incontrollata.
La libertà venduta in cambio del costosissimo nirvana egualitario.

Ma, superando la vecchia logica del posto fisso, la libertà per un lavoratore passa dal poter trovare o cambiare lavoro con facilità, adeguando lo stesso alle sue esigenze di vita, ai suoi talenti e alle sue aspirazioni.
Cosa lo impedisce?
Ancora e sempre uno Stato che spende per una scolarizzazione non adeguata ai tempi, che invece di attrarre le imprese costruisce minuziosamente le barriere perchè queste stiano ben lontane da esso, le induce a scappare verso un luogo a loro meno ostile dove attecchiranno creando benessere oppure, nel caso peggiore per quanto mi riguarda, le rende complici di una spartizione clientelare del sudore dei cittadini chiamandola redistribuzione.

“L’Italia ha bisogno di uomini intelligenti ed abili, cresciuti in un ambiente di libertà e non di infingardi che tutto aspettano dal favore dello stato.”*
Ancora una volta Luigi Einaudi ci fa sentire forte la sua mancanza.

Questo mio scritto, lungi dall’essere una critica alla giornata del primo Maggio, ne è un inno.
W i lavoratori, tutti.

*La Stampa», 6 luglio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 382-385