#PredicheModeratamenteUtili – Un vaccino contro lo sfascio dei conti pubblici

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La crisi economica da Covid-19 ha reso necessario sospendere il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) per due anni (2021 e 2022) che rientrerà in vigore all’inizio del 2023.

Manca, quindi, poco meno di un anno per capire se tornerà come prima (la regola di Maastricht prevede il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit/Pil e del 60% del rapporto debito/Pil) o se verrà sostituito da un Patto tutto nuovo.

Cosa ci aspetta dunque? Lo stesso Patto? Uno più morbido o uno ancora più rigoroso? E cosa dovrebbe augurarsi l’Italia?

Nel marzo scorso, la Commissione europea ha reso nota l’intenzione di rendere attiva, anche per tutto il 2022, la clausola di salvaguardia generale che in caso di grave recessione economica prevede la sospensione dell’aggiustamento del bilancio di ogni singolo Stato membro dell’Unione Europea.

La decisione era nell’aria visto il protrarsi della pandemia e gli sforzi aggiuntivi a cui gli Stati hanno dovuto far ricorso in termini di maggiore indebitamento.

l PSC, cioè il patto di stabilità e crescita, rientrerà, quindi, in vigore all’inizio del 2023

La comunicazione della Commissione Europea di sospensione del PSC (con i vincoli del 3% del deficit/Pil e del 60% del debito/Pil) è stata  accompagnate da una comunicazione della che fornisce agli Stati membri orientamenti generali sulla futura conduzione della politica di bilancio. In pratica, il provvedimento contiene principi guida per la corretta progettazione delle misure di bilancio ed espone le considerazioni della Commissione riguardo l’opportunità di disattivare, o meno, la clausola di salvaguardia generale.

La Comunicazione prevede, inoltre, che una volta diminuiti i rischi per la salute, le misure di bilancio degli Stati si dovranno orientare gradualmente verso misure più mirate e a lungo termine per promuovere una ripresa resiliente e sostenibile.

Gli orientamenti contenuti nell’odierno provvedimento, aiuteranno, dunque, gli Stati nell’elaborazione dei loro programmi di stabilità e convergenza, che dovranno essere presentati alla Commissione il prossimo mese di aprile.

La Commissione, comunque, ha fatto sapere che le situazioni specifiche di ciascun Paese continueranno a essere prese in considerazione dopo la disattivazione della clausola di salvaguardia generale. E se uno Stato non sarà tornato al livello di attività economica pre-crisi, l’Esecutivo ha assicurato che si farà pienamente ricorso a tutte le flessibilità nell’ambito del patto di stabilità e crescita, in particolare al momento di proporre orientamenti in materia di politica di bilancio.

Massima disponibilità, dunque, a condizione, però, che gli Stati si impegnino per tornare ad avere bilanci sostenibili. E per fare questo serviranno le famose riforme strutturali richieste per accedere ai fondi del Recovery Plan.

L’attivazione della clausola di salvaguardia generale

Il 20 marzo scorso, al fine di assicurare agli Stati membri il necessario spazio di manovra di bilancio per contrastare le conseguenze sanitarie ed economiche della crisi pandemica da Covid-19, la Commissione europea ha disposto per l’anno in corso l’applicazione della c.d. general escape clause del PSC, la quale consente agli Stati membri di deviare temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine, a condizione che non venga compromessa la sostenibilità fiscale nel medio periodo. Nella sostanza, dunque, non sospende l’applicazione del PSC, né le procedure del semestre europeo in materia di sorveglianza fiscale.

Nella recente proposta di Raccomandazione del Consiglio all’Area euro, l’UE aveva deciso di mantenere attiva anche nel 2021 la clausola di salvaguardia.

Lo stato dell’arte in Italia

L’Italia è tra i Paesi europei che più di tutti ha fatto ricorso agli scostamenti di bilancio per fronteggiare la crisi da pandemia.

Il Governo Conte, in particolare, ha più volte fatto ricorso alla richiesta di autorizzazione alle Camere per lo scostamento temporaneo del saldo di bilancio strutturale dagli obiettivi programmatici precedentemente stabiliti (OMT).

Nel corso del 2021 l’indebitamento netto della PA è salito a circa 155,6 miliardi, con un’incidenza rispetto al PIL pari a circa l’8,8%, mentre il rapporto debito pubblico/pil ha raggiunto il 160%.

Rimettere i conti a posto sarà un compito arduo per il nostro Paese.

L’aggravamento della situazione macroeconomica italiana

La situazione macroeconomica italiana è peggiorata in poche settimane per il ritorno dell’inflazione, per le incertezze della ripresa economica a causa della recrudescenza della pandemia covid e per l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici. Serve un aggiornamento urgente della situazione finanziaria dello Stato italiano, il più grande debitore del Paese.

La BCE ha salvato l’Italia

Negli ultimi due anni la BCE ha acquistato titoli di stato italiani per 175 miliardi, coprendo interamente il deficit pubblico pari a 159 miliardi. Nel 2021 ha acquistato titoli per 155 miliardi, coprendo il 92% del deficit pari a 167 miliardi. Nel 2022 ha in programma di acquistare 63 miliardi di titoli, coprendo il del deficit stimato in 106 miliardi. Nel 2021 la percentuale del debito pubblico detenuto dalla BCE e dalle istituzioni europee è stata pari al 28% e nel 2022 salirà al 30%. Prima della pandemia era il 16%.

Cosa dicono i numeri?

Senza l’euro e la UE l’Italia non avrebbe potuto garantire i servizi essenziali.

Oltre alla dipendenza dai mercati tradizionali, lo Stato italiano ha aumentato drasticamente la dipendenza dalla BCE.

La grande fetta del debito pubblico italiano detenuto dalla BCE rende l’Italia fortemente dipendente dalla scelte di Bruxelles.

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