#PredicheModeratamenteUtili – Il lato oscuro della Via della Seta

#PredicheModeratamenteUtili – Il lato oscuro della Via della Seta

La Belt & Road Initiative (BRI), conosciuta anche come “la nuova via della seta” può essere descritta come un ambizioso progetto di sviluppo economico e commerciale cinese, lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping.

In concreto si tratta di una strategia di sviluppo a lungo termine delle infrastrutture dei trasporti marittimi e terrestri fra Asia, Europa, Medio Oriente e Africa, finalizzata a potenziare le relazioni commerciali della Cina in queste aree geografiche.

L’estensione geografica dell’iniziativa per una nuova via della seta avviene tramite “corridoi economici”, ossia zone geografiche specifiche nei paesi attraversati dall’iniziativa, che si estendono a più di 64 economie e rappresentano oltre un terzo del PIL mondiale, nonché più di metà della popolazione mondiale8.

Negli ultimi anni, l’iniziativa per una nuova via della seta ha accresciuto la propria importanza, tanto da essere inserita, nel 2017, nello statuto del partito comunista cinese e da assicurarsi un costante flusso di finanziamenti per i progetti dell’iniziativa stessa.

La BRI si articola sostanzialmente in tre fasi:

Prima fase:

Nei suoi primi anni, la Belt and Road Initiative si è concentrata sulla costruzione, finanziata con fondi pubblici, di corridoi infrastrutturali per il trasporto terrestre e marittimo, che collegassero i partner dei paesi in via di sviluppo all’economia cinese.

La fase iniziale della cooperazione BRI ha utilizzato enormi prestiti per attirare i partner e sottoscrivere gli accordi necessari per costruire la rete di connettività terrestre e marittima.

Al 2019, aveva attratto 138 paesi partner, collegato la Cina con nuovi mercati e risorse in tutto il mondo e conferito a Pechino il potere e il prestigio di convocare forum annuali dei leader in ogni regione del mondo, ad eccezione dell’Asia meridionale e del Nord America (dove la BRI fu accolta con sospetto e persino ostilità).

Ma nonostante tutti i progressi compiuti dalla BRI, nel 2019 era chiaro che la formula di cooperazione per megaprogetti necessitava di una revisione.

I costi e i rischi crescenti legati a questa strategia hanno iniziato a destare preoccupazioni ufficiali.

Pechino ha dovuto far fronte a riserve dei paesi esteri diminuite, mutuatari in difficoltà con il debito, un elenco crescente di progetti problematici, un aumentato controllo pubblico nazionale e estero sui prestiti BRI opachi, nuove richieste di finanziamento interno e riduzione dei rischi finanziari. Pechino non poteva permettersi questo costo, che stava minando l’efficacia della sua iniziativa di politica estera soft-power.

Seconda fase:

Con il secondo Belt and Road Forum (BRF) nel 2019, la Cina ha reagito alle prospettive negative di rischio-rendimento della fase iniziale di cooperazione, annunciando una nuova era per la Belt and Road: la fase del suo consolidamento.

La Cina aveva bisogno di rafforzare il coordinamento delle politiche e perseguire accordi commerciali e di investimento, cooperazione finanziaria, monetaria e uno stretto impegno politico, sociale e culturale secondo norme istituzionali standardizzate, specifiche tecniche e strategie attraverso l’impronta BRI, essenzialmente integrando i paesi partner (che generalmente sono stati insulari e protezionisti) sotto la gestione cinese.

Per facilitare ciò, la BRI si è ampliata includendo un “meccanismo di dialogo di secondo livello”: cioè costruire una cooperazione con “partiti politici, parlamenti, gruppi di riflessione, autorità locali, ONG, associazioni industriali e commerciali, media e università” per facilitare l’apertura e le riforme economiche della Cina.

La cooperazione di secondo livello ha lo scopo di evitare l’accumulo di rischio di debito caratteristico della cooperazione in progetti di infrastrutture pubbliche; mitiga i rischi e aumenta le possibilità di recuperare il costo dei progetti, creando le condizioni per un’ondata di scambi e investimenti redditizi da parte delle imprese cinesi attraverso l’incremento delle esportazioni di beni di consumo, capitali e servizi ai partner.

La cooperazione BRI, negli ultimi anni, si è espansa principalmente nella tecnologia: tecnologie backbone digitali ad alta intensità di conoscenza (la “via della seta digitale”), industrie legate alla salute (la “via della seta sanitaria”) e complessi progetti Internet-of-Things (IoT) basati sul 5G come le città intelligenti (“cooperazione per l’innovazione”).

Il compito (seconda fase) della cooperazione BRI oggi, quindi, è quelo di consolidare le basi già esistenti.

Ciò richiede agli organi dello stato di partito di esercitare un’influenza su partiti politici, parlamenti, gruppi di riflessione, autorità locali, ONG, associazioni industriali e commerciali, media e università.

Pechino deve utilizzare la sua nuova rete di relazioni economiche e politiche bilaterali per educare i 140 paesi partner alle istituzioni e alle pratiche di governance economica della Cina.

Il successo sarà misurato dalla quantità e qualità del coordinamento delle politiche e degli accordi commerciali che attiveranno i flussi economici attraverso i corridoi terrestri e marittimi della BRI.

La Cina, comunque, guarda e progetta già la terza fase del BRI. Se la BRI si trasformasse realmente in una comunità di sviluppo incentrata sulla Cina dal destino comune, la cooperazione di secondo livello potrebbe ruotare per supportare il lavoro diplomatico in corso per istituzionalizzare le sovrapposizioni di governance politica e di sicurezza.

In altre parole, i progetti infrastrutturali Belt & Road creano una testa di ponte per il commercio, gli investimenti, la finanza, la tecnologia e la logistica cinesi per entrare nelle economie dei paesi in via di sviluppo molto più piccoli e per modernizzare e dominare i settori in cui possono operare con profitto.

E quando uno stato accumula interessi acquisiti all’estero, deve necessariamente provvedere alla loro protezione. Si entra nella fase tre della BRI

Terza fase:

Il grande progetto di sviluppo economico cinese nel mondo occidentale, la Belt and Road, avrà una terza e conclusiva fase: la difesa militare degli investimenti e delle rotte commerciali da potenziali minacce.

Accanto all’Esercito di Liberazione Popolare, che già opera da retroguardia, la Cina ha già in loco diverse società di sicurezza private (cosiddette PSC) pronte ad intervenire.

Militarmente, la Cina opererà attraverso l’uso di mezzi non convenzionali, irregolari e subdoli come, ad esempio, con le società di sicurezza private (PSC), peraltro già inviate da Pechino in alcuni punti considerati significativamente strategici.

L’allarme sull’impiego delle PSC cinesi arriva dal CSIS, un importante think tank statunitense esperto di politica internazionale.

In particolare, secondo il CSIS, da 20 a 40 PSC cinesi già operano all’estero in circa 40 Paesi e più di 7.000 vengono gestite a livello nazionale.

I dati concreti sul numero, le dimensioni e la distribuzione geografica dei PSC cinesi, però, rimangono sfuggenti, prosegue il CSIS. Le uniche fonti di dati includono una manciata di rapporti di think tank, dichiarazioni pubbliche di resoconti dei media statali cinesi e rapporti open source. Non ci sono studi ad ampio raggio sui PSC cinesi, né esistono elenchi completi pubblicamente disponibili.

Nonostante i dati quantitativi scarsi sulle PSC cinesi, esistono dati qualitativi sulla loro distribuzione geografica, incluso lo studio MERICS del 2018 che ha identificato oltre 40 Paesi in cui i PSC cinesi operano all’estero.

Le PSC cinesi sono pronte ad espandere le attività all’estero, soprattutto in considerazione degli investimenti nella BRI.

Tra gli studi dei vari think tank esistenti sui PSC cinesi, molti si concentrano sul coinvolgimento delle PSC cinesi nei progetti della BRI.

Attualmente, le PSC sono regolate da un accordo non vincolante del 2008, cioè dal Documento di Montreux, risultato di un negoziato internazionale guidato dal Governo svizzero e dal Comitato internazionale della Croce Rossa.

E La Cina è uno dei firmatari originali di questo documento. Ma è probabile, sostiene il CSIS, che a causa delle crescenti minacce del terrorismo internazionale e dei sentimenti anti-cinesi, il Governo cinese arriverà a schierare le prorie PSC in quei luoghi dove la sua presenza sta crescendo in tutto il mondo.

E nel tentativo di rispondere a queste minacce, i PSC cinesi potranno svolgere un ruolo sempre più vitale nella protezione dei cittadini stranieri cinesi che operano all’estero.

Una delle aree di opportunità più ovvie per la Cina di schierare le sue PSC è proprio lungo i suoi investimenti infrastrutturali del corridoio della BRI, ci dice il CSIS.

Ed anche il dominio marittimo è una componente chiave della BRI, aggiunge il documento del CSIS. Alcuni lavori accademici nel settore marittimo hanno documentato l’uso di PSC cinesi all’estero per fornire guardie armate per proteggere l’industria marittima dai pirati, per addestrarsi per i viaggi VIP e per fornire servizi di rapimento e riscatto, in particolare intorno al Corno d’Africa.

E poiché la Cina continua a far crescere i suoi investimenti BRI all’estero, in particolare nelle aree di conflitto come il Corno d’Africa, il suo settore marittimo rimarrà una vulnerabilità, il che potrebbe indurre Pechino ad utilizzare le PSC per fornire protezione ai cittadini cinesi che lavorano nel settore marittimo.

Infine, secondo il CSIS, un’ultima area di opportunità per le PSC cinesi all’estero sarebbe rappresentata dall’addestramento delle forze militari straniere. Un recente rapporto dei media open source ha fatto luce sulle forze paramilitari cinesi conosciute come Polizia armata popolare (PAP).

Questa forza ha usato tattiche violente per sedare le proteste nello Xinjiang e ad Hong Kong ed è stata persino schierata a Cuba per addestrare la polizia nelle misure di controllo delle sommosse. Il gruppo gestisce attualmente un’accademia di formazione a Kunming (capoluogo della provincia cinese dello Yunnan) dove ha addestrato la polizia di oltre 60 Paesi.