Per fermare la TAV ci vuole una legge dello stato

Per fermare la TAV ci vuole una legge dello stato

A beneficio dell’agguerrita schiera di novelli sovranisti, redivivi nazionalisti e baldanzosi sostenitori della decrescita felice che contrastano tutti la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino – Lione, diciamo subito che la Repubblica italiana non ha ancora perso la propria indipendenza, né sul piano interno, né su quello internazionale, cosicché le sue istituzioni rappresentative ben possono decidere di fermare il progetto della cosiddetta Tav.

 

Non c’è bisogno di sottolineare che una decisione di questo genere avrebbe incalcolabili conseguenze sotto il profilo della credibilità internazionale, comprometterebbe il giudizio sull’affidabilità del nostro paese da parte di molteplici attori esteri (pubblici e privati) e determinerebbe, infine, la perdita d’ingenti finanziamenti europei pronti ad essere utilizzati dalle imprese aggiudicatarie dei lavori.

 

Ma la volontà del popolo è intangibile, soprattutto se messa nero su bianco in un contratto di governo che tiene luogo della Costituzione; cosicché l’elettorato decadentista dei cinque stelle e, volendo, anche quello sovranista di marca leghista, possono a buon diritto pretendere che i loro beniamini inneschino la retromarcia e cancellino il progetto dell’alta velocità.

 

Ciò che l’elettorato inconsciamente sovrano non può fare, però, è richiedere al triumvirato che regge le sorti del paese di sovvertire l’ordine costituito e scaraventare nel water del populismo la gerarchia delle fonti del diritto che sorregge la nostra Repubblica da circa settant’anni.

 

Le letterine che l’avvocato del popolo investito del ruolo di Presidente del Consiglio ha inviato al promotore pubblico incaricato di realizzare la TAV, per quanto idonee a rassicurare buona parte dell’opinione pubblica che milita sotto le insegne grillo -leghiste che questo divorzio politico non si farà né ora né mai e che l’opera si farà e allo stesso tempo, forse, non si farà, non sono di certo sufficienti ad abrogare l’innumerevole serie di impegni assunti con la Francia per mezzo d’accordi giuridici internazionali e ratificati in Italia con lo strumento della legge ordinaria.

 

L’elettorato della decrescita felice e quello che vorrebbe fare a cazzotti con il cugino d’oltralpe per rifarsi del presunto rapimento della Gioconda, dovrebbero farsi spiegare dal triumvirato (presieduto da un docente universitario di discipline giuridiche) che, solo per fare un esempio, con legge n. 228/2002 lo Stato italiano si è impegnato con quello francese a realizzare il collegamento ferroviario misto merci -viaggiatori Torino – Lione (titolo della legge “Ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica francese per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria Torino -Lione, fatto a Torino il 29 gennaio 2001”).

 

L’impegno assunto nel 2002 è stato poi ribadito con legge n. 71/2014 e ulteriormente specificato dal decreto legge n. 50/2017 e dalla legge 1/2017, intitolata quest’ultima, a scanso di equivoci, “Ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica francese per l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera della nuova linea Torino -Lione”.

 

Tralasciando ogni considerazione relativa alla convenienza economica dell’opera e allo stadio d’avanzamento del procedimento che dovrebbe condurre all’aggiudicazione dei lavori (costituzione di un soggetto promotore pubblico, approvazione definitiva da parte del CIPE, approssimarsi della scadenza per la pubblicazione dei bandi), il popolo decadente, nazionalista e sovranista dovrebbe esigere maggior rispetto dal proprio avvocato.

 

Invece di concentrarsi sui contenuti della lettera inviata al promotore pubblico, sarebbe necessario pretendere dal presidente del Consiglio la predisposizione d’un testo di legge da sottoporre al Parlamento per denunciare i trattati internazionali (ove possibile) e cancellare la Tav, ridiscuterne le linee guida o anche solo sospenderne l’iter procedurale.

 

Anche il popolo grillo-legista saprà, infatti, che una legge dello Stato può essere posta nel nulla solo da una fonte di pari rango normativo e che in Italia le leggi sono approvate dal Parlamento e non già dal presidente del Consiglio per mezzo di un’improvvisata missiva sottoscritta per trarsi dall’impaccio d’una ventilata crisi di Governo.

Una legge ordinaria serve, dunque, non una letterina da dare in pasto ai gonzi.

 

di Rocco Todero

da ilFoglio.it