Manovra, un premio ai furbetti all’italiana

Manovra, un premio ai furbetti all’italiana

Anni fa, circolava l’innocente barzelletta del cumenda milanese che vede un tizio il quale in pieno orario lavorativo se ne sta bel bello ad oziare steso al sole. «Ueh, ma cosa fai seduto lì a far niente? Perché non vai a lavorare?». Il tizio gira appena la testa: «E poi?». «Beh poi impari sempre meglio, sei pagato di più e risparmi qualcosa». «E poi?». «Se hai testa investi quello che hai risparmiato, metti su una tua attività, crei posti di lavoro e diventi benestante». «E poi?». Il cumenda esasperato: «E alla fine ti godi un meritato riposo!». «E io che sto facendo?».

Ecco, nell’Italia di oggi il cumenda ha perso e l’ozioso, furbo, neghittoso tizio ha il suo momento di gloria. Le misure contenute in parte nella legge di bilancio o in altre annunciate disposizioni, oltre ai prevedibili effetti economici negativi stanno legittimando in Italia una cura che non porterà nulla di buono.

Partiamo da una misura in teoria a favore del lavoro, la flat tax per i lavoratori autonomi. Fino a 65.000 € di fatturato si applica un regime forfettario del 15%, da 65.000 a 100.000 del 20%. Bene, se invece si fattura 100.001€, allora si riapplica in toto l’attuale regime che oltre 75.000 euro prevede il 43% di imposta sul reddito. In altre parole il messaggio è non «crescere!»: se il tuo giro d’affari supererà i 100.000 euro dovrai incassarne molte decine di migliaia in più perché netto ti rimanga quanto già ottieni con 99.999.

E le pensioni? Oltre ai danni alle casse dello Stato, il messaggio è lo stesso «non lavorare!», ritirati presto dalla vita attiva se puoi e se per caso hai una pensione superiore ai 1500€ al mese noi te la blocchiamo o decurtiamo, a prescindere dal fatto che tu abbia versato a sufficienza per coprire l’assegno pensionistico (contributivo) o no (retributivo): che tu abbia meritato quei soldi è indifferente. Se poi a ciò si aggiungerà il divieto di cumulo pensione-lavoro, il capolavoro sarà completo.

Che dire del reddito di cittadinanza? Sarà ridotto perché non ci sono le risorse, ma ormai le frottole sui tutor fanno ridere (chi sarebbero? Di quante decine di migliaia di controllori ci sarebbe bisogno?), così come quelle sulle tre offerte di lavoro che se non accettate tolgono il diritto. A Napoli la disoccupazione è al 24%: chi mai troverà i tre posti disponibili nel raggio di 50 km? Anche se i centri per l’impiego fossero meno inefficienti di oggi, non succederebbe. È una mancia con l’invito a non lavorare e, semmai, a fare un po’ di nero.

La proroga di 15 anni ai concessionari degli stabilimenti balneari è uno schiaffo a chi potrebbe amministrarli meglio e magari pagare di più allo Stato: oggi in regioni come la Sicilia i gestori versano in tutto poche decine di migliaia di euro e nel resto del paese la situazione è di poco migliore. Hai una rendita di posizione? Non temere, dunque. Per esempio, anche se sei un insegnante meno bravo o dedicato di altri, non ti preoccupare, i presidi non potranno fare più chiamate dirette e ci si può rilassare senza nemmeno preoccuparsi di dare i compiti a casa ai ragazzi, sconsigliati dal ministro dell’istruzione che, per andare sul sicuro, vuole togliere o «modificare» i test internazionali Invalsi.

E se non hai pagato i contributi previdenziali il fisco o addirittura hai esercitato abusivamente una professione sanitaria, niente paura, ci sono condoni per tutti (con in sovrappiù i rischi per la salute dei cittadini).

lnfine, c’è un tipo di organizzazione che necessariamente reinveste i suoi profitti e non li distribuisce ai suoi azionisti, quella non profit, che crea così nuove opportunità di lavoro e aiuta le persone. Certamente ci sono degli abusi, ma invece di reprimere quelli cosa si fa? Si raddoppiano le tasse agli enti senza scopo di lucro: non fare del bene!

Questa battaglia culturale contra il lavoro, il merito, l’innovazione, l’altruismo e la concorrenza a favore di furbizia e rendite di posizione fa dell’Italia un caso unico al mondo. E non da celebrare.

Alessandro De Nicola, La Stampa 28 dicembre 2018

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