La vittoria di Pirro dell’Europa sugli USA

La vittoria di Pirro dell’Europa sugli USA

«Non vogliamo alimentare guerre commerciali con l’Inflation Reduction Act ma solo un po’ di concorrenza amichevole. Per questo ripetiamo all’Europa, fate come noi, aiutate di più la vostra industria» ha esortato l’altro ieri Jennifer Granholm, la segretaria Usa all’Energia, alla vigilia della missione americana di Ursula von der Leyen. Che l’ha letteralmente presa in parola. Quasi in contemporanea all’incontro alla Casa Bianca con il presidente Joe Biden, la presidente della Commissione ha fatto annunciare a Bruxelles il nuovo codice europeo per gli aiuti di Stato, più flessibile per permettere all’industria europea di recuperare i suoi ritardi competitivi e cavalcare al meglio le sfide del clean tech e della transizione climatica e digitale.

È questa la prima risposta concreta dell’Unione europea all’Inflation Reduction Act, il piano americano da 370 miliardi di dollari di sovvenzioni e prestiti per accelerare la conquista della frontiera verde nella produzione di energia, infrastrutture, prodotti puliti, auto elettrica in testa. «Nessuno però intende cadere nella trappola della corsa ai sussidi pubblici a suo tempo orchestrata da Boeing e Airbus» precisa uno dei negoziatori europei. Che avverte una sostanziale sintonia sugli altri temi in agenda, dagli aiuti all’Ucraina all’aggiramento delle sanzioni alla Russia da parte di Paesi terzi – Cina inclusa – alla sicurezza economica.

Dopo gli scontri ad alta tensione, tra le sponde dell’Atlantico spira vento di cooperazione: in tempi di guerra nessuno può uscire troppo dal seminato se non a proprio rischio. E così, dopo le concessioni già fatte in dicembre sui veicoli commerciali Ue in leasing, ammessi al credito di imposta IRA da 7.500 dollari, ora l’Amministrazione Biden è pronta a un passo ulteriore a favore dell’industria europea: l’apertura di negoziati su un nuovo tipo di accordi di libero scambio, di portata limitata, con i Paesi alleati: Ue, Giappone e Gran Bretagna.

Obiettivo, estendere gli incentivi dell’IRA, fino a 3.750 dollari, anche ai fornitori Ue di materie prime sensibili necessarie per produrre batterie di auto elettriche “made in Usa”, riducendo così il quasi monopolio della Cina nel settore. La guerra russa in Ucraina ha ricompattato e arricchito di nuovi membri l’alleanza militare Nato. Ora sicurezza economica e autonomia strategica nelle catene del valore impongono un percorso parallelo di crescente integrazione dell’Occidente sotto lo schiaffo dall’antagonismo cinese nelle industrie e tecnologie del futuro.
Peccato che alla partita a scacchi sul nuovo ordine mondiale, che viaggia verso il vecchio schema dei blocchi contrapposti, l’Europa si sieda, nonostante la grande resilienza mostrata in questo anno di guerra, con troppi ritardi e fragilità irrisolte.

Costretta di fatto a raddoppiare la vecchia scelta dell’opzione americana senza veri margini di potere negoziale con gli Stati Uniti – e men che meno con la Cina – favorendo così di fatto la morte del multilateralismo di cui pure resta fervente e ormai inascoltata paladina. Più nell’immediato, la rappacificazione euro-americana sull’IRA rischia nei fatti di rivelarsi una vittoria di Pirro: la riduzione dei danni ottenuta sulla carta per l’industria europea rischia di fatto di volatilizzarsi al canto delle sirene Usa.

Peggio, di annegare nella guerra degli aiuti di Stato intra-Ue dopo aver scongiurato formalmente quella transatlantica. Da un lato, nonostante l’ammortizzatore del riorientamento flessibile nell’uso dei fondi Ue per i Paesi con pochi margini di manovra finanziaria, la potenza di fuoco dei bilanci di Germania e Francia rischia di far saltare il mercato unico e di avvelenare i rapporti tra i 27 creando di fatto un’Europa economico, industrial-tecnologica a più velocità di sviluppo e di competitività. Dunque, più vulnerabile alle divisioni interne e meno incline alla fiducia reciproca, già faticosa.

Dall’altro lato, le concessioni degli Stati Uniti all’Europa non potranno certo cambiare la realtà di una partnership obbligata, ma decisamente sbilanciata, tra gli scatti della gazzella americana lanciatissima nella corsa al futuro e i riflessi torpidi del pachiderma Europa frenato da regole, burocrazia e governance istituzionale troppo tortuose. Sono passati soltanto 7 mesi dal varo dell’IRA e già più di 100 società dell’indotto dell’auto elettrica hanno annunciato investimenti negli Stati Uniti.

Josu Imaz, amministratore delegato della spagnola Repsol, sedotto dalla «semplicità dell’IRA», quest’anno destinerà il 40% delle spese di bilancio alla scommessa americana e il 25% a quella iberica. Volkswagen potrebbe decidere di rinunciare alla produzione di batterie nell’Europa dell’Est per trasferirsi negli Usa incassando 9-10 miliardi di sovvenzioni IRA: attende solo di sapere la controfferta Ue consentita dal nuovo codice degli aiuti. La giapponese Mitsubishi definisce il sistema americano «un magnete irresistibile per l’industria». Se poi si aggiungono recenti dubbi e ripensamenti legislativi sui ritmi della transizione verde dopo l’esaltazione iniziale, quella europea oggi più che una rincorsa a troppi ostacoli, sembra un labirinto dalle misteriose vie d’uscita.

Il Sole 24 Ore

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