La storia interiore del Novecento tra libertà e schiavitù

La storia interiore del Novecento tra libertà e schiavitù

La «società chiusa» sembra forte ma è debole, la «società aperta» sembra debole ma è forte.

La storia – che, forse, non ha un fine come voleva Marx, ossia il comunismo, o come credeva Fukuyama, ossia l’ordine liberale, ma che ha un suo interno senso come libera e faticosa opera umana – ce ne fornisce una conferma: nel Novecento lo scontro titanico tra totalitarismi e democrazie liberali ha visto alla fine la vittoria delle democrazie occidentali e se siamo qui lo dobbiamo proprio a chi ha sconfitto i mostruosi leviatani totalitari.

Poco, anzi nulla conta se il pericolo totalitario viene da destra o arriva da sinistra, perché entrambi hanno in comune la negazione della libertà che, invece, per ripetere le parole della Storia d’Europa del secolo XIX di Benedetto Croce, «ha per sé l’eterno» e sempre risorge.

È qui il senso del libro, molto bello, di Giampietro Berti: Crisi della civiltà liberale e destino dell’Occidente nella coscienza europea fra le due guerre (Rubbettino).

L’autore, che ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Padova ed è un esperto dell’anarchismo, offre ai lettori un testo composito che, diviso in dieci densi capitoli, ricostruisce la storia interiore del Novecento dalla cui tragedia si ricava questa lezione: «Fra la Prima e la Seconda guerra mondiale la vera divisione politica e ideale non è passata tra il fascismo-nazismo e il comunismo o tra il fascismo-nazismo da una parte e il comunismo e la democrazia liberale dall’altra, ma tra la civiltà liberale e i nemici della società aperta».

Detto in due parole, la lotta è tra libertà e schiavitù. Questa storia è tipica dell’Occidente perché è qui, in questa parte di mondo che oggi non corrisponde più alla divisione geografica, che germogliano sia la «cultura della libertà» sia la «cultura dell’anti-libertà” che hanno almeno un tratto comune: la liberazione dalla trascendenza.

Ma con una differenza fondamentale: mentre il liberalismo non nutre l’idea di dominare totalmente la vita, il totalitarismo persegue proprio questo programma e così pur nell’ateismo genera una nuova e più terrificante «divinizzazione della politica».

Detto anche qui in due parole, la differenza è tra chi pensa di sapere tutto – anche il «segreto della storia» come diceva Marx – e chi è consapevole dei limiti umani e prende atto, come dice Berti, che «l’uomo non ha il potere di controllare l’intera sequenza delle sue azioni». Un libro che parla del passato e mostra l’attualità.

Non è sbagliato allora pensare, come induce a fare Berti, che la libertà sia il vero criterio storiografico e politico con cui intendere e valutare l’età contemporanea a partire dalla tornata critica delle rivoluzioni borghesi: la nascita degli Stati Uniti d’America e il 1789 in Francia e, di conseguenza, in Europa.

Senza dimenticare che la patria della democrazia moderna, l’Inghilterra, aveva già consumato la sua Gloriosa Rivoluzione cent’anni prima conservando la corona e concentrandosi su quello che è il cuore non solo del regime democratico ma di ogni convivenza civile: la limitazione del potere.

Fa bene Berti a parlare sia di «civiltà liberale» sia di «destino dell’Occidente» e a sovrapporre quasi geometricamente l’ordine delle idee e l’ordine delle cose.

Del resto, quando Karl Popper scrisse in Nuova Zelanda, dove si era rifugiato, La società aperta e i suoi nemici cosa fece se non difendere la libertà dai nemici totalitari che ambivano a chiudere la società umana togliendole quella che è la sua intrinseca e incancellabile condizione.

Il nostro destino è ancora qui.

Il Corriere della Sera