Vitalizi, ben venga la riforma. Ma occhio a non punire troppo la politica

Vitalizi, ben venga la riforma. Ma occhio a non punire troppo la politica

In uno dei suoi dialoghi più significativi, Platone fa pronunziare a Socrate una sentenza entrata (almeno si spera) nella cultura occidentale: che non si deve rispondere a un’ingiustizia con un’altra ingiustizia. Ogni persona di buon senso converrà che questa massima ubbidisce a un criterio non solo di etica elementare, ma anche di collettiva utilità. Perché la reazione ingiusta, proprio in quanto tale, provocherebbe una replica altrettanto iniqua, e così via all’infinito, fino alla totale confusione, e forse alla dissoluzione, di ogni equilibrio sociale.

La decisione di abolire – o di ridurre drasticamente – i vitalizi, si inserisce in questo pericoloso vortice di contraddizioni. È infatti verissimo che il nostro sistema pensionistico in genere, e quello dei vitalizi in specie, si è sviluppato in modo irrazionale. Più ancora che ingiusto, è bizzarro e incomprensibile. Ci sono persone che, per aver occupato, spesso virtualmente, un seggio elettivo, hanno percepito, percepiscono e continueranno (continuerebbero) a percepire somme sproporzionate rispetto ai contributi versati. Non sono peraltro le sole.

A suo tempo centinaia di migliaia di impiegati statali si sono licenziati dopo i fatidici diciannove anni, sei mesi e un giorno di lavoro. Tra riscatti, abbuoni e altri favori molti ragazzi hanno cominciato a ricevere la pensione a trentacinque anni.

Con i nostri auspici, assistiti dalle statistiche, di una lunga vita, questi fortunati gravano in media per mezzo secolo a carico del nostro bilancio. Naturalmente non è colpa loro, ma di quei famigerati irresponsabili che hanno consentito, nel diabolico consociativismo della prima repubblica, questa sciagurata devastazione delle finanze statali.

Constatato il danno, ci si domanda tuttavia se il rimedio ora proposto non finisca per essere peggio del male. Prima di tutto perché, essendo impossibile ridurre ai pensionati baby di ieri il loro unico mezzo di sussistenza, si creerebbe uno squilibrio con quelli che ne venissero penalizzati oggi, solo perché invece di aver fatto gli insegnanti o gli impiegati sono stati eletti in parlamento. In secondo luogo, perché si innesterebbero interminabili contenziosi sui cosiddetti diritti acquisiti, con significativi precedenti di bocciature da parte della Corte Costituzionale.

Infine, perché ci sono parlamentari che, a causa del mandato, hanno abbandonato il lavoro e perso la clientela. Alcuni possono rientrare e rimediare, ma altri no. È giusto abbandonarli come se la loro esperienza politica fosse un precedente vituperevole? E questo ci porta alla considerazione fondamentale. È giusto che l’attività politica sia per definizione provvisoria, e che comunque non possa essere adeguatamente retribuita?

La risposta sta nello spirito del tempo. Nei secoli passati le cariche pubbliche erano gratuite (o addirittura comperate) perché erano prerogativa dei nobili, ai quali esse conferivano potere e prestigio. Con l’avvento delle democrazie le cose son cambiate, e la politica è diventata – per molti – una professione. Per alcuni la retribuzione è stata simbolica, perché potevano mantenersi in altro modo: Churchill restò in parlamento per più di mezzo secolo, ma campava scrivendo libri ed editoriali. Altri invece, non godendo di simili alternative, furono stipendiati dallo Stato.

Nella nostra prima repubblica, prima che i partiti si dissolvessero nella corruzione e nel malgoverno, nessuno ha mai dubitato che i partiti potessero ripetutamente candidare, le stesse persone: Fanfani, Togliatti, Saragat, Nenni, Andreotti, Craxi e tanti altri diventarono professionisti della politica. Lo scandalo non stava nelle loro retribuzioni: stava semmai nelle scelte che alcuni di loro fecero e che determinarono un intollerabile deficit delle nostre finanze.

Concludo. Se si mira a una revisione oculata, attenta e razionale di questi vitalizi, ben venga la riforma. Ma se con questa si tende a punire indiscriminatamente la classe politica in quanto tale, allora non è solo ingiusta, ma anche pericolosa. Perché allontanerà da ogni competizione le persone meno abbienti, o incentiverà gli eletti a procacciarsi in un modo o nell’altro, mentre stanno al potere, un gruzzolo per il loro incerto futuro. Nel primo caso torneremmo alla selezione per censo; nel secondo a quella per malintenzionati. Quale sia la soluzione peggiore, sta proprio alla politica decidere.

Carlo Nordio, “Il Messaggero” 13 luglio 2018

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