Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum

Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum

Dopo la bufala dei risparmi e dopo l’eclatante bugia che il Parlamento italiano sarebbe quello con il miglior rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, esiste una terza motivazione cara ai sostenitori del SI’ al referendum di domenica 20 e lunedì 21 settembre. Quella per cui, con meno parlamentari alla Camera (- 230) ed al Senato (- 115) il lavoro di deputati e senatori sarebbe più efficiente e di qualità. Anche questa volta ci chiediamo: “Ma è proprio così?”. Cosa dice la Storia? E’ la stessa domanda che si posto l’avvocato Enzo Palumbo che ha scritto un lungo intervento di ricostruzione storica sul tema, pubblicato sul sito della Fondazione Luigi Einaudi di cui è membro. L’avvocato Palumbo (Messina, 1939), assurto recentemente alle cronache nazionali per il caso della richiesta agli Atti del CTS (Comitato Tecnico Scientifico) negatigli inizialmente dal presidente Conte, è diventato in questo periodo un volto noto in TV per i suoi interventi a sostegno del NO al referendum. Esperto costituzionalista, l’avvocato Palumbo è stato Senatore della Repubblica dal 1983 al 1987 per il Partito Liberale Italiano, Segretario del Consiglio di Presidenza del Senato e membro delle Assemblee Parlamentari del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea occidentale in rappresentanza del Parlamento italiano. Inoltre, dal 1988 al 1990 è stato membro del Consiglio Superiore della Magistratura. In questa intervista, l’avvocato Palumbo ripercorre la storia costituzionale e legislativa italiana che portò il Parlamento, nel 1962, a sostenere la necessità di aumentare a 315 il numero dei senatori fissato dall’Assemblea Costituente: “per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.

D. Come siamo arrivati a fissare 630 deputati alla Camera e 315 al Senato? Solo al fine di “moltiplicare poltrone e clientes ben oltre la proporzione decisa dai Costituenti in base alla popolazione” come ha scritto Barbara Spinelli su Il Fatto del 13 settembre?
Palumbo. La Costituente aveva stabilito 1 deputato ogni 80.000 cittadini, 1 senatore ogni 200.000, poi, con la legge costituzionale n. 2 del 1963, in vista delle elezioni di quell’anno, stabilì in 630 il numero fisso per i deputati e in 315 quello per i senatori. Nella prima Legislatura eletta nel 1948, la Camera risultò composta da 573 deputati, in quella del 1949 il numerò lievitò a 580 e in quella del 1958 a 596. Alla vigilia delle elezioni del 1963, sulla base del censimento del 1961 che aveva censito una popolazione di 50.623.569 cittadini, si sapeva che, applicando i parametri stabiliti dalla Costituente, i deputati sarebbero comunque diventati 634 per cui la riforma del 1963 non fece altro che prenderne atto, anzi riducendo un po’ quel numero. Oggi, con una popolazione italiana di 60.483.973, alla scadenza naturale di questa Legislatura nel 2023, dopo il censimento del prossimo anno, se fosse ancora vigente quel parametro originario (1 deputato ogni 80.000) la Camera ne avrebbe almeno 756.

D. Ed il Senato?
Palumbo. La riforma riguardò essenzialmente il Senato che vide la sua durata ridotta da sei a cinque anni, come per la Camera. Per quanto riguarda la sua composizione, il parametro fissato dai Costituenti aveva portato il Senato della prima Legislatura (1948-1953) a essere composto da appena 237 componenti elettivi e da circa 113 membri di diritto, nominati in forza della III disposizione transitoria della Costituzione. E fu solo con l’apporto dei senatori di diritto che in quella Legislatura si poté assicurare  la funzionalità della seconda Camera.

D. La questione della funzionalità del Senato si pose, quindi, fin dall’inizio?
Palumbo. A partire dalla seconda Legislatura (1953-1958), la questione cominciò a complicarsi. Venuta a cessare quella integrazione transitoria, il Senato si trovò a operare con soli 243 membri elettivi (oltre 8 a vita), e si pose subito il problema della difficoltà di operare con numeri così ristretti, che rendevano problematica la partecipazione dei senatori ai lavori delle 11 commissioni permanenti di allora. Fu da qui che nacque l’esigenza di implementare adeguatamente il numero dei componenti elettivi: una discussione politica che si trascinò per tutta la seconda e la terza legislatura, sino all’approvazione della legge costituzionale n. 2-1963, il cui testo unificato era stato frutto dell’iniziativa legislativa del Governo e del sen. Luigi Sturzo che, per la verità, avrebbe voluto una riforma ancora più ampia.

D. Ci fu un particolare gruppo politico che spinse per aumentare il numero degli eletti in Parlamento?
Palumbo. Assolutamente no. Di questa esigenza si fecero portatori tutti i gruppi parlamentari, dai comunisti sino agli ex fascisti, consapevoli che con quei numeri il Senato non avrebbe potuto assolvere compiutamente ai compiti di seconda Camera Legislativa della Repubblica, con poteri e compiti assolutamente eguali a quelli dell’altra Camera.

D. Dove è documentato quanto lei afferma?
Palumbo. Nella discussione che si svolse nell’Aula del Senato il 16 gennaio 1962, quando venne approvato in prima deliberazione il testo unificato esitato dalla Commissione Speciale incaricata della questione (presieduta da due senatori a vita, prima Enrico De Nicola e poi Giuseppe Paratore)  che proponeva la riforma degli articoli 57, 59 e 60 della Costituzione, proprio quelli che sono stati ora modificati in minus dalle Camere di questa Legislatura e che gli italiani saranno chiamati a bocciare o confermare il 20 e 21 settembre. L’esigenza dell’aumento, condivisa da tutti i gruppi, venne allora evidenziata nell’unico intervento fatto in discussione generale dal socialista sen. Barbareschi, il quale ebbe a dichiarare che “il lavoro nostro si svolge specialmente nelle Commissioni, ed è indubbio che con 230 senatori (in effetti, all’inizio della III Legislatura i senatori eletti erano 243 + 8 a vita n. d. a.), la formazione di 11 commissioni comporta una tale riduzione del numero dei componenti di ciascuna di esse, che ben pochi colleghi possono essere presenti alle varie deliberazioni man mano adottate dalle commissioni stesse, mentre in generale il lavoro che vi si svolge diviene faticoso e spesso faticosissimo… Dunque il compito degli attuali componenti delle Commissioni si rivela difficile e quasi”E il ministro di Grazia e Giustizia Gonnella, intervenuto dopo il relatore, ebbe a manifestare la sua condivisione circa “l’opportunità di aumentare il numero dei senatori per le ragioni funzionali che sono state ampiamente illustrate e che sono a conoscenza degli onorevoli senatori”.

D. Ma come si arrivò a definire il numero preciso di 315 senatori?
Palumbo. La proposta inizialmente esitata era stata quella di calibrare il rapporto parlamentari/popolazione in modo che i deputati, uno ogni 80.000 (o frazione superiore a 40.000), non fossero comunque più di 600, e i senatori, nel nuovo rapporto di uno ogni 180.000 (o frazione superiore a 90.000), non fossero comunque più di 300. La Camera non condivise tale impostazione e, tenuto conto che i deputati eletti nelle successive elezioni sarebbero stati comunque più di 630, optò per la scelta di questo numero fisso per la Camera e di 315 per il Senato, in termini poi confermati nelle seconde deliberazioni di entrambe le Camere. È interessante in proposito, anche ai fini del dibattito di oggi, quanto dichiarò nella seduta del 21 settembre 1962 – proprio il giorno conclusivo del prossimo referendum – il Ministro di Grazia e Giustizia di allora, Giacinto Bosco, dicendosi “sempre convinto che un’Assemblea legislativa dell’importanza della nostra, da un momento all’altro, cioè dal passaggio dalla 1a alla 2a Legislatura, fosse privata di 107 – in effetti erano stati all’inizio 113 – suoi componenti, mentre restavano immutate le alte funzioni dell’Assemblea stessa”, e infine tributando un doveroso omaggio alla “tenace, appassionata opera ….. del Presidente De Nicola, che fin dal 1951 istituì una Commissione di studio per l’integrazione del Senato, del Presidente Merzagora, che in questa come nella precedente Legislatura si è adoperato efficacemente per la risoluzione del problema, del Presidente Paratore, che ci ha sempre autorevolmente sorretto con i suoi saggi consigli, e che è riuscito a superare tutti i contrasti politici …  facendo anzi confluire sull’attuale testo i consensi unanimi dei Gruppi parlamentari”. E quando la riforma giunse all’esame della Camera per la seconda deliberazione, tutti gli oratori intervenuti ebbero cura di rammentare qual era stato e qual era lo scopo principale della riforma, quello cioè di assicurare la funzionalità del Senato, che l’esperienza – tanto per intenderci, il metodo sperimentale tanto caro a qualche sostenitore della riforma di oggi – aveva dimostrato essere messa a rischio proprio dalla sua ridotta composizione.

D. A chi volesse approfondire l’argomento cosa consiglierebbe?
Palumbo. Chi volesse approfondire la questione, ne potrebbe trovare traccia negli interventi in Aula dell’on.  Tozzi Condivi, quando, nella sua relazione del 4 agosto 1962, affermò che “L’aumento doveva essere portato a un limite tale da rendere l’Assemblea di Palazzo Madama in condizioni di poter svolgere il pesante lavoro”, e nel successivo intervento del 7 agosto affermò che “Ci siamo trovati dinanzi a una necessità, la cui considerazione aveva animato tanto il disegno di legge quanto la proposta Sturzo, quella che il Senato potesse funzionare”, insistendo sul fatto che la riforma “aumenta il numero dei senatori a 315 per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.Toccò poi al Ministro Bosco, di concludere la discussione di quella seduta, affermando tra l’altro che “tutte le norme regolamentari che fatalmente devono riferirsi al numero dei componenti, partono dal presupposto di un numero di senatori superiore a 300… e il disegno di legge soddisfa anzitutto l’esigenza dell’integrazione del Senato, elevando il numero dei senatori elettivi da 247 a 315, cioè un numero fisso pari alla metà di quello dei deputati … poiché i risultati del censimento della popolazione dell’ottobre 1961 hanno già elevato a 630 il numero dei deputati per la prossima Legislatura ”.

D. In conclusione, la decisione di aumentare a 315 i senatori non fu dettata da interessi personali.
Palumbo. Penso di avere sufficientemente dimostrato che i numeri attuali di deputati e senatori non sono nati dalla fantasia dei legislatori di allora o dalla loro volontà di aumentare le opportunità elettorali della politica, ma da reali esigenze di funzionalità. Penso, inoltre, che questa potrebbe essere l’occasione di paragonare la statura istituzionale e la credibilità politica dei riformatori di allora e di quelli di oggi. Per fidarsi, magari, più di “quelli di prima”, tanto per parafrasare un’espressione oggi in voga, indirizzando un garbato, ma fermo, “NO, grazie”, agli attuali supponenti riformatori che ci propinano le loro false motivazioni come nuove leggende metropolitane.

 

Beatrice Bardelli

Toscana Today