Interessi e guerra

Interessi e guerra

Taluni organi di informazione hanno seguito l’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti d’America Biden e il Presidente del Consiglio Draghi, sottolineando molto i rapporti cordiali, l’intesa, forse l’amicizia.

Sicuramente, per esempio, i legami anche professionali che risalgono agli anni degli studi tra il nostro Presidente del Consiglio e il Segretario al Tesoro Statunitense, che è stato prima Presidente della Federal Reserve, Yellen. E, perché no, anche il fatto è che il Presidente del Consiglio italiano può approfittare della capacità di rivolgersi e di interloquire con i partner statunitensi, senza dover ricorrere all’interprete.

Si tratta di elementi utili: infatti, nelle relazioni internazionali i buoni rapporti personali sono preziosi, ma non sono affatto decisivi, perché nei rapporti internazionali contano moltissimo la geografia e la storia, contano gli interessi materiali indisponibili di ciascun Paese. Non è mai un incontro fra amici, perché si rappresentano comunque due Paesi diversi. I buoni rapporti possono servire, anche nei confronti di avversari, cioè di antagonisti, perché avere un buon dialogo è sempre una cosa buona, senza che questo cancelli l’antagonismo.

In questo specifico caso dell’incontro fra Stati Uniti e Italia non è questione dei buoni rapporti personali, ma è la cointeressenza, è la storia e il fatto che la crescita del benessere e della ricchezza è consustanziale, nel nostro mondo, alla difesa della democrazia.

Nel nostro mondo non esistono benessere, crescita e ricchezza, se non nell’alveo delle famiglie democratiche europee e nord atlantiche. Fuori da questo c’è la miseria. Non si possono dividere le due cose: e, proprio perché non si possono dividere, non si possono a loro volta dividere dalla necessità di difendere tutto questo.

Per questa ragione gli interessi dell’Italia e gli interessi degli Stati Uniti sono i medesimi nella condizione creata dalla guerra scatenata da Putin. Poi ci sono mille differenze, ma se è per questo ci sono mille differenze anche fra la mia azienda e quella di un concorrente, che sta a cento metri di distanza: non c’è bisogno che sia straniero. Questo è normale.

Tuttavia, si tratta di una differenza di interessi e anche di opinioni che sta dentro un sistema di relazioni internazionali, che, per noi, è l’Unione Europea da una parte e l’Alleanza Atlantica dall’altra. Quest’ultima racchiude e comprende l’Unione Europea: questo è il punto centrale.

Purtroppo di tentativi diplomatici per chiudere la guerra al più presto se ne fanno molti: da ultimo Macron, che ha avuto un’ottima apertura da parte cinese, perché quando i cinesi dicono che bisogna salvaguardare l’integrità territoriale dell’Ucraina e arrivare al più presto possibile al “cessate il fuoco” – che è esattamente ciò che diciamo noi – è estremamente positivo.

Noi stiamo usando la diplomazia, mentre i russi, fin qui, rifiutano la via diplomatica, rifiutano il dialogo, rifiutano il negoziato.

In queste condizioni, dentro l’alveo delle famiglie democratiche, dentro l’alveo della difesa delle nostre libertà e prosperità, quindi dentro l’alveo dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, noi continueremo a dare man forte agli ucraini. Lo faremo con gli aiuti economici, lo faremo con gli aiuti sanitari, alimentari e militari.

Ogni distinzione su questo è legittima, ma deve essere conseguente: significa dare una mano a Putin che si trova impelagato in una guerra, che lui ha voluto, che lui ha scatenato che lui non è in grado di vincere. Anzi, una guerra che lui non vincerà mai.

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