Incunearsi

Incunearsi

Interrogarsi sulla stabilità del governo è ozioso. Nessuno ha serie alternative e il voto anticipato comporterebbe, per una grossa fetta degli attuali parlamentari, il tornare alla precedente (in)occupazione. Il paventare elezioni, dal lato dei partitanti, è solo un modo per far campagna elettorale senza neanche doversi contare. Il problema non è la stabilità del governo, ma dell’Italia. E se quella dei partitanti è una cartuccia bagnata, il governo farebbe bene a metterne in canna una vera. Anticipando la legge di bilancio e redigendola secondo criteri di razionalità, non di falsa prodigalità in conto altrui.

Alle consolidate criticità del nostro bilancio pubblico, con un debito enorme e la tendenza a farlo crescere, si aggiunge ora, con il rialzo dei tassi d’interesse, la necessità di comunicare a quanti investono sul nostro debito, finanziandolo, la non derogabile intenzione di ridurlo nel peso percentuale, mediante una più veloce crescita. Il che comporta l’effettività delle riforme in cantiere (non basta approvarle, si deve materializzarle, e se il catasto è in buona parte falso non è una buona cosa volerlo rendere reale con calma). Ma comporta anche scelte di moralità contabile. Perché è immorale premiare chi non paga le tasse con i soldi di chi le paga, o caricando questi ultimi di ulteriori debiti.

Volere soccorrere i poveri è cosa buona e giusta. Ma qui non li si soccorre, li si fabbrica. Pur lasciando fuori la patologia della pandemia, fra il 2008 e il 2019 la spesa per l’assistenza è cresciuta del 56%, arrivando a ben 114.7 miliardi. Il guaio è che le persone in povertà sono cresciute del 78%. E il 2019 era un buon anno per l’occupazione, figuratevi dopo. Quel che è successo è orribile: non si è speso per aiutare i poveri (veri), ma si sono stanziati soldi che sono serviti a indurre molti a essere poveri, per averli. E questo è immorale, sia per chi finanzia che per chi è veramente in povertà. L’Istat, per intenderci, misura parametri, quei dati dicono quanti vi rientrano, non dicono affatto quanti sono i poveri. Controlli, controlli e controlli. Che dove si sono fatti hanno portato alla luce nefandezze.

I salari reali, calcolati a prezzi costanti, dal 2000 al 2019 sono cresciuti poco. Si dice che sono scesi perché si calcolano nel ventennio e il 2020 è stato un anno pessimo. Rispetto a Francia e Germania siamo molto indietro. Ma se guardate il costo del lavoro siamo al pari della Francia e poco sotto la Germania. La differenza è inghiottita dal cuneo fiscale. Se si continuano a promettere pensioni, decontribuzioni, facilitazioni e la vasta strumentazione di finanziamento del non lavoro i salari non potranno aumentare mai, a meno che non si voglia far ancora crescere il costo del lavoro, con il che si va fuori mercato e si chiude. Allora, basta con le formulette da dichiarazioni televisive, basta con roba tipo: politiche attive del lavoro e cuneo da ribassare con assistenza da alzare. Formazione, vera, in rapporto con le aziende. Ristrutturazione generale dei centri per il lavoro, cancellando la regionalizzazione. Banca dati unica dell’assistenza. Più soldi nel salario netto e meno a fabbricare poveri.

Tutto questo stia nella legge di bilancio. Se i partitanti non volessero approvarla non hanno che da accomodarsi, perché prima delle elezioni gli italiani vedrebbero la profondità del baratro in cui li si spinge. Un’operazione di realtà e rottura è necessaria, anche per incuneare il dubbio che abbia senso mettere all’asta il proprio voto, giacché chi offre di più è, in realtà, chi ti distruggerà di più. E sarebbe anche il modo per far sentire all’Italia che funziona e che paga di non essere una congrega di scemi e abbandonati.

Si può credere sia meglio cullarsi nel trasformismo, tanto chi abbaia poi non morde. Ma s’è visto il risultato. Oppure aspettare che il bisogno estremo porti a chiedere aiuto e accettare le condizionalità. Umiliante. Meglio cogliere il momento e far vedere che la serietà paga. Se c’è.

La Ragione