In medio stat virus. Note a margine di una pandemia annunciata

In medio stat virus. Note a margine di una pandemia annunciata

Il distanziamento sociale, che tutti stiamo vivendo, sembra avere sospeso gli effetti nefasti di quella fenomenologia che Renè Girard definisce “desiderio mimetico”, cioè del desiderio che non si rivolge tanto al proprio oggetto, quanto al desiderio altrui eleggendolo a modello. Questo meccanismo è per Girard contagioso, proprio in quanto mimetico, e scatena una competizione e una violenza, che si esprime e si placa con il sacrificio di un capro espiatorio.

Se il desiderio è virale, lo è anche quello della fine del contagio, che si forma, si replica e si diffonde epidemicamente nelle reti di comunicazione, che lo viralizzano ulteriormente. E anche questo meccanismo alla fine porta ad eleggere capri espiatori cui addossare il male del mondo. La caccia agli untori, ai tempi dell’isolamento di massa, si pratica soprattutto sui social media, vero e proprio ricettacolo di mimetismo. Quindi anche nella vita a distanza della quarantena universale bisogna immaginare dei meccanismi di distanziamento che impediscano che i desideri mimetici, secondo questo meccanismo, esplodano nella violenza.

Al desiderio secondo l’altro, opposto al desiderio oggettuale (la menzogna romantica), Girard ha dedicato una vita di studi e riflessioni. Il desiderio mimetico sfocia nella crisi sacrificale (in estrema sintesi), facendo implodere le società. E l’unico rimedio a questo pericolo sembra l’imitazione di Cristo. Da cui il conseguente paradosso dello scatenamento della violenza in una società secolarizzata che ha perso “le stampelle sacrificali” e che soltanto la minaccia della bomba atomica, durante la guerra fredda, o di una pandemia virale, nel mondo odierno, potranno esorcizzare.

È questo il vangelo secondo Girard, efficace cartina al tornasole del nostro presente. Ma, adesso, quella minaccia è tra noi, subdola e strisciante. A ben vedere, però, questo pensatore controcorrente non ha mai messo in discussione l’economia di mercato, non ha mai risposto al richiamo delle sirene di un cristianesimo utopico e socialista avanti lettera. Tutt’altro. È sempre l’economia di mercato, secondo Girard, il dispositivo migliore per attuare quel distanziamento sociale che funge da rimedio ai meccanismi violenti del desiderio e alle sue degenerazioni quali l’invidia e il risentimento. Oggi questa teoria dall’impianto olistico, nata nell’ambito della critica letteraria e dello studio dei miti, trova declinazioni interessanti in numerose scienze umane: dal diritto all’economia, passando per la sociologia. E sarebbe utile anche a evitare molti luoghi comuni e molte reazioni istintive, quando la discussione passa in rassegna i temi dell’economia e della nostra appartenenza all’Unione Europea.

Forse può essere utile, per capire quanto sta succedendo adesso in Europa, ricorrere alla favola della cicala e della formica (lo ha fatto con grande equilibrio Piercamillo Falasca recentemente). Le formichine operose (Germania, Olanda, Austria, la Francia sta nel mezzo) lavorano indefessamente d’estate per accumulare provviste per l’inverno.

Le cicale (Italia, Spagna, ma soprattutto l’Italia), per converso, si danno alla pazza gioia, dedite all’ozio e al canto libero (quota 100, reddito di cittadinanza, assistenzialismo Alitalia docet). Ma quando l’inverno bussa alla porta e la morsa del gelo si fa sentire (la crisi odierna), le cicale bussano alle formiche chiedendo aiuto. La risposta è cosa nota. Ora qual è la morale, fuor di metafora? Proprio quella della favola. Se, da generazioni, capiamo le ragioni delle formiche (le capiscono bene anche i bambini cui gli adulti tramandano, a scopo pedagogico, il racconto), perché non capire quelle dei nostri vicini europei?

E dove stanno, veramente, la pietas mediterranea e quella cattolica, opposte all’austerità protestante, da più parti invocate? A ben vedere, forse, nelle nostre società cattoliche langue proprio la pietas, che scompare, lasciando spazio all’individualismo, al cinismo, all’egoismo esasperato, alla competizione selvaggia che hanno contrassegnato la nostra società da decenni a questa parte. Bussate alle porte della cattolica Lombardia. Chiedete di Comunione e Liberazione. Forse risponderà Formigoni, stratega della privatizzazione della sanità. Di certo si rivolta nella tomba lo spirito di quel grande cattolico liberale che fu Manzoni.

Ma, soprattutto, con esercizio di grande onestà, quanti di noi, seriamente, sul piano individuale, darebbero una mano alle pur fascinose cicale? Chi scrive è fortemente miope, oltre le 10 diottrie, e non vede davvero altre soluzioni al di là dell’Europa. Sarebbe anche il caso di capire le ragioni degli stati virtuosi, dicevamo, se la nostra non fosse una nazione affetta da ipocrisia congenita. Siamo le cicale che fanno la morale alle formiche operose. Siamo quelli che l’Europa fa schifo, la Germania è la peste ma, con un occhio al portafoglio, compriamo titoli tedeschi perché sicuri e vantaggiosi. Sfruttiamo tutte le risorse possibili e i fondi provenienti dall’Europa salvo poi rinnegarla il giorno dopo. Siamo inguaribili. Questa emergenza è l’autobiografia di una nazione. E la sua eutanasia.

Pare, inoltre, che l’emergenza virale faccia bene a tutti i governanti, di tutti i livelli, rafforzandone i consensi. Da Conte a Trump. Nel frattempo, stiamo riesumando il criterio di verificabilità dei positivisti. Tornando indietro di secoli. C’è, infatti, una visione illiberale della scienza e una liberale che si oppongono a cavallo di due paradigmi, quello riduzionista e quello della complessità (rimandiamo in proposito a un bel libro dello storico della filosofia Giuseppe Giordano: Da Einstein a Morin. Filosofia e scienza tra due paradigmi, edito da Rubbettino). Forse, in questo momento, è la prima a ratificare una paradossale dittatura dei virologi e un possibile “giustizialismo sanitario” (di giustizialismo sanitario si parla nel manifesto di un “Osservatorio del buonsenso” costituito presso la “Fondazione Einaudi”).

È quanto sembra emergere anche dal recente scritto di Agamben: “Riflessioni sulla peste”. Pur non essendo un liberale, Agamben sembra cogliere tanti aspetti interessanti, proprio in tal senso, quando afferma: “È come se il bisogno religioso, che la Chiesa non è più in grado di soddisfare, cercasse a tastoni un altro luogo in cui consistere e lo trovasse in quella che è ormai di fatto diventata la religione del nostro tempo: la scienza”. E ci stiamo scordando persino del falsificazionismo popperiano e dell’epistemologia post-popperiana. Commerciando soltanto in certezze (smentite puntualmente nell’arco di un pater).

Tra le questioni pratiche da affrontare per convivere col virus c’è anche, e non ci sembra un argomento peregrino, il problema dell’accettazione, da parte della popolazione, dei vaccini. Sappiamo che negli ultimi anni i casi di morbillo, a esempio, sono triplicati per via della diminuzione dell’effetto gregge. Conseguenza, quest’ultima, di campagne denigratorie nei riguardi della scienza e della medicina ufficiale, strumentalizzate politicamente e di cui presto piangeremo le conseguenze.

Nel frattempo, ancora, il premier Conte sembra inseguire Salvini sul suo stesso terreno, battendolo con le sue stesse armi. Ovvero l’euro-scetticismo, con la conseguente fabbrica di capri espiatori (l’Europa, la Germania ecc.) che abbondano nello story telling governativo. Tutto questo mentre il mondo sembra respirare meglio, da quando stiamo tutti a casa. Il mondo starebbe certamente meglio senza di noi, ovviamente. Greta sarebbe contenta. L’umanità, forse, un po’ meno.

Serve moderazione. È vero. In medio stat virtus come suggerivano i nostri antenati, eppure il dibattito si muove all’insegna del manicheismo e di una netta, quanto inutile, separazione tra buoni e cattivi. All’insegna di un’insopportabile retorica dello stato di guerra (ormai smontata da più parti, fortunatamente). E di conati di deriva autoritaria, con un uso eccessivo dei D.P.C.M., atti amministrativi, è il caso di ricordarlo che, per fortuna, qualche saggio richiamo del Presidente della Repubblica insieme all’azione di certa stampa, attenta e critica, hanno contribuito, forse, a riportare sul terreno del confronto parlamentare. Siamo ancora una democrazia.

Insomma, nel mezzo non insiste tanto la virtù quanto il virus. “In medio stat virus”. Mentre le nuove superpotenze d’assalto ci circondano. Con il rasoio semantico di Occam, infatti, il gioco del sol levante (Cina, Russia) sembra il solito, vecchio come il cucco, divide et impera. Vogliono disgregare l’Europa, e dividersene le briciole. Serve uno scatto di razionalità e orgoglio se vogliamo evitare che il “sol levante” diventi il sol dell’avvenire dell’occidente delle libertà e della democrazia.

 

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