Il triste primato dell’Italia: le patrimoniali minacciate

Il triste primato dell’Italia: le patrimoniali minacciate

Un triste primato

L’Italia ha il sistema fiscale meno competitivo tra i paesi Ocse: su 36 paesi si trova all’ultima 36ma posizione della classifica stilata dalla Tax Foundation, mentre, al vertice, troviamo paesi come l’Estonia, la Nuova Zelanda, l’Olanda, l’Australia, la Lettonia, la Svizzera, che hanno imposte sulle società e sulla proprietà molto contenute. L’Italia, al contrario, ha tasse elevate sugli immobili, sul patrimonio finanziario, sugli utili aziendali e sul reddito personale.

Riguardo la tassazione patrimoniale, il gettito complessivo è di circa 40 miliardi, di cui 22 miliardi per IMU/TASI sugli immobili (il carico fiscale complessivo compresa Irpef è 50 miliardi), 10 miliardi sul risparmio (il carico fiscale complessivo compresa Irpef è di17 miliardi), 5 miliardi sull’auto (bollo), 2 miliardi di canone RAI (possesso di apparecchi atti a ricevere il segnale RAI)

E’ necessario considerare che tutte le patrimoniali non tengono conto del fatto che a pagare le imposte non sono i beni stessi, che “non hanno tasche” ma le persone, che le pagano con il reddito prodotto nell’anno che, ovviamente, è già tassato con le imposte sul reddito, quindi, tassare il patrimonio è tassare il reddito personale due volte: Il patrimonio che subisce la mannaia della imposizione patrimoniale deriva da reddito già tassato nel passato e ha già scontato imposte di trasferimento come l’imposta di registro o in alternativa l’iva all’atto dell’acquisto. Pertanto l’imposta patrimoniale, quanto a prelievo, non è diversa dall’imposta sul reddito, solo che, per farvi fronte, bisogna attingere al reddito dell’anno in corso che in alcuni casi non basta ed allora è necessario attingere al patrimonio, liquidandolo.

La tassazione patrimoniale, inoltre, si riflette negativamente sulle aziende e sul lavoro perché tutti i settori dell’economia sono collegati come vasi comunicanti: se, ad esempio, tassi gli immobili quella tassazione si riverserà negativamente sulle imprese ed il lavoro. Le tasse patrimoniali sugli immobili, sulle barche, sulle auto, danneggiano rispettivamente, il settore edilizio, il settore nautico, il settore automotive e tutte le filiere collegate, con perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro difficilmente recuperabili.

Anche tassare il risparmio ha effetti negativi sulle imprese e sul lavoro. Per Einaudi solo il risparmio poteva finanziare gli investimenti necessari alla crescita: “All’uomo della strada e agli economisti antiquati pare assurdo trovare a prestito miliardi, se prima i miliardi non siano stati messi da parte e non siano tuttora disponibili. Senza lepre non si fanno pasticci di lepre (Il mio piano non è quello di Keynes, 1933, p. 132); cioè senza un atto di risparmio (e quindi un’astensione dal consumo) non è possibile procedere a nuovi investimenti. Né il credito fornito dalle banche è ritenuto da lui idoneo a spingere in alto i prezzi e a ricostituire quei margini di profitto necessari per rilanciare la produzione. Anche la nostra Costituzione all’art 47: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme.”

Nel 2012 con il c.d. governo tecnico, il peso della tassazione patrimoniale è cresciuto di 12,8 miliardi di euro, pari a un aumento del 40 per cento se confrontato con l’esecutivo Berlusconi del 2011. E cosa è accaduto? Che nonostante nonostante si paghino sempre più tasse con un cospicuo aumento del gettito fiscale passato da 410 miliardi del 2011 il gettito ai 463 miliardi di oggi, con un aumento di ben 53 miliardi, il debito pubblico che nel 2011 era di 1900 miliardi circa oggi è di circa 2360 miliardi (antecovid) con un aumento di 460 miliardi ed i poveri assoluti che nel 2011 erano 3.4 milioni oggi sono 5 milioni (dati ISTAT ante covid). Quindi, aumentare le tasse per ridistribuirle non serve a ridurre la povertà.

La parola chiave che accomuna tutta l’area di sinistra, che va dai comunisti ai socialisti ai socialdemocratici ai progressisti è ridistribuzione, politiche di ridistribuzione. Ma che significa, perché si dice ri-distribuzione e non semplicemente distribuzione? E’ semplice: secondo quell’area politica è necessario correggere la distribuzione del reddito avvenuta dal basso attraverso gli spontanei meccanismi produttivi, bottom-up, ovvero attraverso il rapporto sinallagmatico tra compenso e prestazione lavorativa e/o investimento, perché ritenuta sbagliata e perciò da correggere quindi rendendo necessario modificarla dall’alto, top-down, con una successiva, nuova, diversa distribuzione decisa, non dai consumatori, dai lavoratori, dai datori di lavoro, dagli investitori, dal mercato ma dal decisore/pianificatore centralizzato che stabilirà quanto del compenso per il vostro lavoro o investimento potrete conservare. Il fine dichiarato di questa diversa ripartizione del reddito è quella di un livellamento generalizzato del reddito per eliminare le disuguaglianze tra i cittadini. Molti confondono la lotta alla povertà con la lotta alle disuguaglianze, ma il problema non sono le disuguaglianze ma la povertà, da eliminare estendendo la ricchezza creata attraverso il libero scambio e lo sviluppo economico e tecnologico.

Adam Smith attraverso la metafora della “mano invisibile” indica l’egoismo dell’individuo come spinta a creare inconsapevolmente ricchezza anche per la collettività.

Ora la mano invisibile o reale degli italiani è stata letteralmente rimossa: l’ambizione individuale, ricordiamolo, è il presupposto per creare ricchezza (e la necessita di assicurarsi una stabilità e sicurezza economica) e viene premiata , in una economia non dopata o dirigista, con tre particolari forme di rendita:

-rendita immobiliare

-rendita finanziaria

-rendita o profitto di impresa.

Ebbene in Italia si sono create le tre condizioni per l’ Eterna Apatia.

Dopo il governo tecnico e la tassazione sulla casa, è venuto meno l’ investimento immobiliare; con le attuali politiche monetarie i risparmiatori non vedono remunerati i loro risparmi; la rendita di impresa è falcidiata da una storica legislazione anti aziende, che si traduce in una delle tassazioni più alte al mondo e una burocrazia al top.

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. “tax expenditures”; che sia semplice e chiara e soprattutto strutturale, cioè stabile, non “una tantum” che quindi consenta permetta una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro attraverso una normativa fiscale stabile: nessuno di noi ha mai redatto una dichiarazione dei redditi con regole uguali a quella dell’anno precedente.

Esiste un piccolo volume scritto da Einaudi nel 1946 intitolato “L’imposta patrimoniale” nel quale Einaudi afferma: “In verità capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze” e nota che l’imposta patrimoniale si chiama così solo perché il metodo di calcolo è commisurato al patrimonio, ma in realtà colpisce sempre il reddito nel senso che il contribuente attinge dal reddito per pagarla e non dal patrimonio che è immobilizzato e come tale non è disponibile per fare pagamenti.

Anche l’OCSE è molto critica sulla patrimoniale ed ha affermato:

“A net wealth tax is equivalent to a proportional tax on a presumptive return, meaning that the tax is levied irrespective of the actual returns earned on savings” che tradotto significa: una imposta sul patrimonio netto equivale ad una imposta proporzionale applicata ad un reddito presuntivo, nel senso che l’imposta patrimoniale è riscossa indipendentemente dall’esistenza di un effettivo reddito prodotto dal patrimonio risparmiato.

Quindi abbiamo scoperto che l’OCSE è einaudiana…

E questo dimostra anche una grande differenza tra ciò che riteneva Keynes ed ciò che riteneva Einaudi: Keynes immaginava il mondo dell’ “uomo scisso” rigorosamente suddiviso in compartimenti stagni, dove il risparmiatore non è investitore, il consumatore non è risparmiatore e il proprietario non detiene il controllo. Al contrario per Einaudi le azioni risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, all’uomo intero einaudiano ” che si basa sul presupposto che ad agire sia sempre la persona: “Un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e di sentimenti morali e religiosi, di passioni violente e di amori puri”.

L’uomo intero di Einaudi si realizza quando è padrone della propria casa nella quale vive dignitosamente insieme alla propria famiglia E a questo punto non può non venire in mente la Thatcher e le sue parole: “There’s no such thing as society, there are individual men and women and there are families”, che tradotto significa “La società non esiste: esiste l’individuo, uomini, donne e le loro famiglie.” Inoltre, anticipando la teoria della piccola proprietà di De Soto. “La proprietà privata cambia attitudini e comportamenti individuali, perché l’essere proprietari di qualcosa fa si che si tenda naturalmente a prendersene cura, a lavorare per farla crescere, e in questo modo si apprendono la virtù del risparmio, il concetto di remunerazione del rischio (centrale per comprendere il funzionamento del libero mercato), e si fa crescere l’indipendenza e il potere degli individui sulla loro vita: una “nazione di proprietari” poiché la proprietà è alla base della responsabilità personale, della libertà individuale e solo essa può garantire una società stabile e il successo economico. Solo la proprietà dà alle persone la possibilità di poter scegliere e controllare la propria vita, e l’obiettivo del governo deve essere quello di estendere questa possibilità al maggior numero possibile di cittadini.”

E’ proprio attraverso questo insieme di legami affettivi e di disponibilità dei beni che esprime la libertà dell’uomo intero einaudiano: una economia nella quale sia diffusa la proprietà privata grazie al lavoro ed al risparmio e nella quale (al contrario di ciò che riteneva Keynes) nel “lungo periodo” NON “saremo tutti morti” ma sopravviveranno i nostri figli.

Elena Vigliano