Il grande equivoco. Gli italiani non lo meritano

Il grande equivoco. Gli italiani non lo meritano

Socialisti, statalisti, collettivisti, assistenzialisti, vogliono far passare l’idea che puoi ottenere beni e servizi, un tetto sopra la testa, senza lavorare duramente, solo perché “ne hai diritto”.
Una esistenza di buon senso, invece, prevede un periodo di intenso e impegnativo studio e formazione, fornito grazie al sacrificio della famiglia di origine, seguito dall’attività lavorativa necessaria per il proprio sostentamento e dei propri familiari e l’accantonamento di una quota di risparmio per far fronte alla vecchiaia e ai momenti di carestia e di malattia.
Una piccola quota del reddito dovrebbe essere destinata alla propria comunità (chiamatela come preferite, comune, regione, cantone, lander, città stato, nazione, piccola o grande, unitaria o federale) perché la utilizzi per la Difesa, la Sicurezza e l’Ordine Pubblico, la Giustizia, e le Grandi Infrastrutture (ferrovie, autostrade, dighe, ponti, reti, centrali energetiche) e all’assistenza degli indigenti assoluti incolpevoli, minori abbandonati, disabili, malati gravi senza reddito.
Niente di più banale, sembrerebbe.
Ecco tutto ciò è stato stravolto e reso impossibile da realizzare in nome dello Stato, una certa tipologia di Stato, subdolamente oppressivo e rapace, che espropria per distribuire il ricavato nei modi più arbitrari, discutibili ed esecrabili.
Non c’è libertà politica senza libertà economica.
Nel perseguimento pervicace dell’idea di Stato Assistenziale che toglie per dare un pò a tutti in modo inefficiente e dispersivo, e al suo delirio regolatorio utile a giustificare se stesso, gli imprenditori e le imprese sono stati decimati dal prelievo fiscale e dall’oppressione burocratica, chiudono centinaia di imprese ogni giorno con conseguente perdita di posti di lavoro.
Senza lavoro gli individui perdono la loro indipendenza, non più autonomi sono costretti a chiedere assistenza allo Stato che così ha motivo per aumentare la pretesa fiscale sulle aziende e causarne la chiusura con perdita di posti di lavoro e più richieste di assistenza e sussidi e nuovi aumenti di tasse in un avvitamento di spirale negativa senza fine.
Anche molti lavoratori dipendenti sono erroneamente convinti che l’impresa sia un ente socio-assistenziale.
La scuola non insegna loro che l’obiettivo primario di ogni impresa è il profitto: senza il profitto le aziende falliscono ed i lavoratori perdono il posto di lavoro.
Il profitto è un dato tecnico-economico: se paragoniamo l’azienda ad un motore il profitto è il lubrificante ed il carburante che consente all’ingranaggio di funzionare e non incepparsi e al mezzo di avanzare.
Volendo attribuire una connotazione etica al profitto si potrebbe definire “egoistico”. Ma è un egoismo, o meglio, un interesse individuale, che genera benessere collettivo: l’interesse egoistico degli operatori economici li spinge a fare le scelte più razionali e vantaggiose per se stessi ma, indirettamente, inconsapevolmente e fruttuosamente, anche per l’intera collettività. Anche il lavoratore è un egoista economico: aspira al massimo del compenso col minimo della prestazione. I diversi egoismi economici, dell’impresa, dei lavoratori, dei consumatori, si incontrano e si contemperano nel mercato ai fini della produzione e dello scambio, permettendo l’allocazione efficiente di risorse scarse, fondata sulla libera scelta del consumatore: la migliore allocazione delle risorse si realizza, dato un sistema di prezzi, quando le imprese massimizzano i loro profitti ed i consumatori rendono massima la soddisfazione dei loro bisogni. Ovviamente ciò implica la libera scelta del consumatore in antitesi alla allocazione impositiva operata dallo Stato.
La ricchezza materiale così prodotta è la precondizione per qualunque decisione sociale e politica che, senza mezzi materiali, creati grazie al libero mercato, non potrebbe essere operativa e realizzata.