Il crollo del ponte e dello stato di diritto

Il crollo del ponte e dello stato di diritto

Di fronte a tragedie come quella di Genova, la prima reazione è naturalmente soffocata dal dolore, ispirata dalla solidarietà e confortata dalla preghiera; poi interviene lo sgomento e una sorta di incredulità; infine, subentra la rabbia e la ricerca dei responsabili. Quest’ultimo riflesso emotivo è ormai consueto anche davanti alle calamità naturali, e persino la devastazione dello tsunami fu attribuita, da alcune anime candide, all’inavvedutezza di chi aveva costruito lungo i litorali.

Davanti alle catastrofi, è quasi rassicurante pensare che esista una colpa altrui, perché essa ci illude di essere meno esposti agli imprevisti della Natura. Se però questa attitudine, che Manzoni ha spiegato assai bene, è comprensibile tra la gente comune, lo è assai meno tra gli intelletti riflessivi, e non lo è affatto tra chi è investito di cariche pubbliche e istituzionali. Mentre ora purtroppo, sta accadendo proprio questo.

Cominciamo dalla Giustizia penale. Il procuratore di Genova ha detto che nessuno può parlare di fatalità, perché si tratta di errore umano. È un’affermazione plausibile ma affrettata, perché nessuno conosce, per ora, le cause del crollo. Peraltro, il magistrato ha doverosamente chiarito che ad oggi nessuno è indagato, e il fascicolo è al momento aperto contro ignoti. E questo è ovvio. La responsabilità penale è personale, e non può essere attribuita a società, ad aziende, o a individui genericamente indicati per categorie. Possiamo concludere che sarà un’impresa lunga e difficile, perché eventuali vizi di progettazione e di esecuzione risalirebbero ai decenni passati, e in teoria avrebbero anche potuto essere occulti, cioè non rilevabili. I processi analoghi, dal Vajont in poi, dimostrano che dopo varie consulenze, perizie e dibattimenti non sempre emerge una verità soddisfacente e conclusiva.

Poi c’è la responsabilità civile. I danni – immensi – non saranno tutti coperti da assicurazione, e la società concessionaria sarà certamente chiamata a risponderne, anche se bisognerà dimostrarne la colpa. Forse è questo pericolo, più che la minaccia di revoca delle concessioni, ad aver agitato i mercati e determinato le flessioni dei titoli quotati. Ma anche qui, sarà necessario attendere il responso della magistratura.

Infine c’è questo proclama di revoca della concessione. Ed è questo il punto dove l’atteggiamento del governo è sembrato incauto ai limiti dell’avventura. Non perché sia errato il principio che, se vi è stata negligenza o imperizia i responsabili non debbano pagare fino in fondo. È quasi banale dire che questi accertamenti vanno fatti, e anche con la massima celerità. Ma perché le concessioni, e le revoche, sono disciplinate da accordi e procedure rigorose, dove un passo sbagliato può provocare richieste di penalità e risarcimenti che potrebbero costar cari alla collettività, e comunque provocherebbero contenziosi lunghi e complessi. Non solo: potrebbero paralizzare quelle stesse attività di manutenzione e ricostruzione che sono più che mai necessarie ed urgenti. Ed è singolare che un governo, presieduto da un illustre giurista di diritto civile, che conosce questa materia meglio di chiunque altro, si sia esposto così frettolosamente con dichiarazioni che avrebbero richiesto una ben maggiore cautela.

Da ultima, un’osservazione complessiva. Eventi così drammatici sono fortunatamente rari, ma non accadono solo da noi. Deragliamenti e scontri di treni, collassi di strutture e altri disastri si verificano anche nei paesi più avanzati: negli Stati Uniti quasi cinquantamila ponti presentano carenze strutturali, e i crolli sono, statisticamente, più numerosi che in Italia.

Eppure soltanto qui, ad ogni disgrazia, si diffonde l’allarme che l’intero Paese è a rischio, che le strutture sono obsolete e che tutte queste tragedie erano, come si dice, annunciate. È un biglietto da visita, anche per gli stranieri, non solo fasullo e taroccato, ma pericolosamente funesto per la nostra immagine e per la nostra economia. Una compiaciuta autoflagellazione espiatoria opposta, ma simmetrica e significativa, rispetto alla spietata caccia all’untore di cui parlavamo all’inizio.

Carlo Nordio, “Il Messaggero” 17 agosto 2018