Faccia da Erdogan

Faccia da Erdogan

Li chiameranno così, in futuro, gli sfrontati manipolatori della storia e della verità. Li chiameranno così, in futuro, i prepotenti martellatori dei loro sudditi. Li chiameranno proprio così, in futuro, i diffamatori che impugnano gli insulti agli stranieri come un kalashnikov ben oliato. Mentre i politologi si affannano alla ricerca di una definizione appropriata a definire i regimi con la faccia di Recep Tayyip Erdogan (Democrature? Simildemocrazie? Democrazie illiberali? Dittature dolci?) i governanti con la faccia da Erdogan gonfiano le penne prima di gonfiare i muscoli.

Le facce da Erdogan possono minacciare una potenza come l’Unione europea perché è impotente e balbettante, senza un capo comune e senza politica estera comune. Una faccia da Erdogan è capace di sbeffeggiare gli alleati e le alleanze, impunemente; di dar di matto ad un collega; di accusarlo di governare una nazione che tratta i musulmani come gli antisemiti trattarono gli ebrei; di rovesciare i fatti dipingendo la vittima come un carnefice. Una faccia da Erdogan è sempre coerente nell’imprigionare gli intellettuali in patria per “reati” d’opinione e nel biasimare la libertà d’opinione all’estero; nel farsi pagare profumatamente dall’Ue l’ospitalità umanitaria accordata a profughi e migranti; nel chiedere per anni l’ingresso in quella Ue intrisa a suo dire di antisemitismo e antislamismo.

Le facce da Erdogan, nonostante appunto la faccia, non devono essere prese per maschere di Halloween che non spaventano neppure i bambini. Le facce da Erdogan non sono travestimenti carnevaleschi. A furia di fare la faccia feroce, pure i mascherati si convincono d’essere leoni in carne ed ossa. Il leone turco, però, non è impagliato. Ruggisce sul serio. Ancora non affonda i denti. Non azzanna con morsi letali. Graffia tuttavia, inizia a far male. Tasta territori altrui, in senso metaforico e in senso reale. Non è un Adolf Hitler, per carità, tanto amato dai capi musulmani il secolo scorso. Ma tenerlo recintato lo aiuterà a non farci male. E a non farsene.

L’Opinione delle Libertà