Deriva autoritaria in Cina: lo conferma la gestione del virus

Deriva autoritaria in Cina: lo conferma la gestione del virus

L’incontro. L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agatam«Xi Jinping fin dall’inizio si era posto contro la linea riformatrice di Gorbaciov nell’allora Unione Sovietica»

L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, 40 anni di servizio diplomatico alle spalle nei Paesi che contano (Israele e Stati Uniti fra gli altri), non fa sconti alla Cina, a maggior ragione dopo la pandemia: «Europa e comunità atlantica sono sotto schiaffo di tre potenze revisioniste ». Nell’ordine: Cina, Russia,Iran. Il diplomatico bergamasco, che è stato ministro degli Esteri nel governo Monti, ha affrontato le questioni aperte dalla nuova geopolitica post virus in un incontro in remoto, da Roma, organizzato dal Rotary Bergamo.
Lo ha fatto in termini critici e non convenzionali, anche per quanto riguarda l’accordo fra Roma e Pechino sulle nuove Vie della Seta. Un contesto internazionale, i cui limiti negativi vengono da lontano: «Da almeno 15 anni è in corso, a livello internazionale, una vera e propria
competizione ideologica, economica e politica tra forme alternative di governo, di organizzazione sociale e di pensiero politico.
Mi occupo sempre più di diritti umani e libertà fondamentali, trovandomi spesso in difficoltà dinanzi a violazioni mostruosamente calpestate».

Deriva autoritaria

Gli effetti geopolitici della pandemia si sono già tradotti in un confronto generalizzato di natura politica, militare ed economica, le cui principali aree di attrito sono Europa, America e Cina: «È triste constatare come una catastrofe umanitaria a livello globale non stia trovando
soluzioni ragionevolmente coese, ma un rimescolamento delle carte, con interessi a ottenere vantaggi, nella cornice di una disputa incondizionata fra Est e Ovest». L’ambasciatore ricorda un dato acquisito, le responsabilità immediate del regime cinese: l’aver occultato i primi segnali di diffusione del virus a Wuhan (violando una clausola-chiave dell’accordo del 2005 sottoscritto da circa 170 Paesi dopo la Sars), scaricando le colpe sui dirigenti locali del Partito comunista, mentre restano da approfondire gli obiettivi del laboratorio di biosicurezza  nazionale di Wuhan. Ma l’opaca gestione del focolaio va vista nella deriva autoritaria impressa dal presidente a vita Xi Jinping, che ha tradito le aspettative della comunità internazionale: «Dopo la fase riformatrice di Deng Xiaoping, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, e con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, un po’ tutti erano convinti che quella fase di apertura, nel quadro della globalizzazione “buona”, avrebbe generato una trasformazione anche legislativa e politica, in qualche modo compatibile con i nostri sistemi pur in un’ottica completamente diversa. Ma così non è stato: l’autocrate Pechino si ispira a Mao e sin dall’inizio s’era posto contro la linea riformatrice di Gorbaciov nell’allora Urss, accentuando in chiave totalitaria la presa del Partito comunista sul Paese». Il ragionamento di Terzi di Sant’Agata segue una duplice traiettoria, in cui la Cina è un player che spende energie e risorse in settori di cruciale importanza per la sua visione del mondo e per la sua preminenza geopolitica. A medio raggio, tutto ciò riguarda l’egemonia nel Sudest asiatico dopo aver potenziato negli anni scorsi la flotta militare: la stretta illiberale su Hong Kong, in attesa di conoscere gli sviluppi delle mire su Taiwan, che potrebbero avere ripercussioni ancora più serie. E in più la militarizzazione degli isolotti nelle acque internazionali del Pacifico appartenenti anche a Filippine, Indonesia, Brunei, Vietnam e Malesia. Nella stessa America di Trump, pur frontalmente divisa, i democratici vedono nella Cina un competitore da contrastare.

Il neo conformismo

Quel che conta maggiormente, in un’ottica più vicina a noi, è l’«operazione persuasione» condotta dalla Cina, testimoniata dal Memorandum Italia-Cina relativo alla Via della Seta, fortemente voluto dai 5 Stelle e che il nostro Paese, l’unico del G7, ha sottoscritto nel marzo 2019 con
la visita dell’autocrate di Pechino a Roma. «Esiste da parte del Dragone – spiega il diplomatico – una strategia di influenza e di convincimento a tutti i livelli, di cui si potrebbe riempire un’intera enciclopedia. Basti pensare che l’intesa interessa tutto lo scibile della collaborazione politica in senso lato: dal settore spaziale, dove siamo pieni di ricercatori cinesi, alla posizione comune negli organismi multilaterali e persino nell’ambito più contundente, quello dell’informazione. Da questo accordo ne sono nati altri, per esempio fra la nostra tv e quella di Stato cinese, nell’educazione, nella cultura e con gli Istituto Confucio». «Nel giro di un anno – aggiunge Terzi – s’è creata una coscienza pro cinese in Italia, una “communisopinio” divenuta pervasiva, una specie di neo conformismo, trasferendosi dal versante politico ed economico al sentire comune dell’opinione pubblica. La Cina dà fiducia attraverso una sofisticata e documentata disinformazione sui social network e riceve analoga fiducia da parte degli italiani: c’è addirittura un amore spontaneo da parte nostra, che segnala la straordinaria capacità d’influenza cinese». Indicativo il caso citato dal diplomatico, cioè la decisione del «Corriere», nel 2018, di nominare Xi Jinping uomo dell’anno. Ma c’è di più in una stagione in cui le nuove tecnologie informatiche (si veda Huawei) pongono la comunicazione come fattore di sicurezza nazionale: «Da questo versante, e in presenza degli interessi costituiti dei 5 Stelle, l’Italia è la «ruota sgonfia» in Europa. Un’Europa, che ha scelto una sorta di “appeasement”, smarcandosi dalla puntuale dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia su Hong Kong, e venendo meno agli articoli 21 e 22 del Trattato Ue che indicano nella promozione dello Stato di diritto la missione politica dell’Unione europea. L’intesa con l’Italia
ha creato non pochi malumori a Bruxelles, in Germania, Francia e Gran Bretagna. Questi messaggi ci arrivano certo non in modo brutale, ma ci arrivano, specie ora che Pechino s’è infilata di gran carriera lungo la frontiera delle nuove comunicazioni. Ho notato anche molta apprensione
da parte americana: già stiamo pagando alcune cose e temo ci possano essere conseguenze più serie».

Le carte della Russia

Diverso il discorso sulla Russia, un po’ in sonno in questo periodo fra un leader (Putin) che non sembra particolarmente in forma, un’epidemia più diffusa del previsto e un’economia in discesa (complice anche il ribasso del petrolio). Parliamo, pur sempre, di grandezze diverse: un Paese
con un Pil equivalente al nostro e a un decimo di quello cinese. Dice l’ambasciatore: «La Russia, sulla scia dell’esperienza sovietica della “disinformatia”, ha una proverbiale capacità di produzione nel campo della manipolazione e disinformazione: le ambasciate russe sono le prime
della classe. Mosca non è seconda a nessuno, Cina compresa. In questo campo, comunque, i due colossi, visti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, sono gemelli siamesi e concertano insieme. Poi, però, i loro interessi non coincidono, essendo entrambe potenze espansioniste. Mosca, ma anche l’America evidentemente, non vede certo di buon occhio l’arrivo dei cinesi nel Mediterraneo: Pireo, Taranto, Trieste, Vado Ligure. E non parliamo di quella terra contesa che l’Africa: il business cinese (capitali, manodopera, logistica) è ovunque, ma da almeno 6-7 anni anche i
contractor russi della Wagner sono al lavoro per proteggere gli approvvigionamenti commerciali della Russia. Le ambizioni globali di Putin sono enormi e non credo proprio che lo stratega di Mosca, cioè l’ex ufficiale del Kgb, sia disponibile ad una logica di sottomissione». Poi c’è tutto
il capitolo Nato: «L’errore di Trump è stato l’abbandono del multilateralismo, però anche gli europei hanno le loro responsabilità. La Russia è abile nell’acquisire alleati nei sistemi politici, capace pure di influire sulla Germania, nonostante l’oggettiva dipendenza di Berlino dall’Alleanza
atlantica. Mi riferisco al gasdotto North Stream 2, che intende trasformare il Paese della Merkel nell’hub del gas russo in Europa, e infatti l’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder presiede Rosneft, il colosso russo dell’estrazione e produzione di petrolio e gas».

Turchia in sorpasso

E infine c’è la Turchia che, con Erdogan, insegue una geopolitica neo-ottomana. S’è installata a Tripoli sostenendo con successo il governo di Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale: l’accordo sulle esplorazioni petrolifere nel Mediterraneo e l’invio di truppe in Libia. Nel frattempo, dopo aver dato un dispiacere alla Russia in Siria, Ankara ha acquisito peso nel Corno d’Africa, sistemandosi in Somalia: lo si è visto con il contributo dato dai suoi Servizi per la recente liberazione della volontaria italiana Silvia Romano. Somalia e Libia, come precisa Terzi, due zone in cui l’Italia, per motivi storici, ha avuto un ruolo, ma non più replicato in tempi recenti.

Pubblicato da L’Eco di Bergamo l’11.06.2020