Credenti al tempo del coronavirus. Come vivono i Cattolici la sfida di questo tempo

Credenti al tempo del coronavirus. Come vivono i Cattolici la sfida di questo tempo

di Pietro Natale Belluso*

(n.d.r. – abbiamo chiesto a un sacerdote di descrivere come è vissuta la fede, in questo momento in cui anche le libertà della chiesa sono “ristrette”. Ecco la sua testimonianza).

 

La condizione di emergenza che ci è piombata addosso ci sta portando, gradualmente ma inevitabilmente, a rimodulare il nostro modo di vivere, il rapporto con noi stessi e con gli altri, con il creato e con le cose. “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può permettersi di fare a meno”, scrive Thoreau in Walden e in questo tempo di restrizioni lo stiamo sperimentando più che mai.

Anche il rapporto con la sfera del Sacro si sta intensificando. Molti avvertono un desiderio di interiorità e di riflessione che, probabilmente, la vita frenetica e caotica che vivevamo prima del Covid-19 ci aveva fatto dimenticare.

Ma, lo sappiamo bene, ogni riflessione deve prendere le mosse necessariamente dall’esperienza personale, a partire dalla quale siamo in grado di porre domande alla storia. Io parto dalla mia, cioè quella di un presbitero cristiano cattolico, ordinato da tre anni, che da un anno e mezzo si trova a svolgere il proprio ministero in un quartiere della periferia di Catania. Cerco di rispondere a questa domanda: come stanno vivendo i cattolici la sfida di questo tempo?

La chiesa non ha mai chiuso i battenti, è sempre rimasta aperta per accogliere i fedeli che volessero pregare in maniera personale. Purtroppo, come sappiamo, le celebrazioni religiose con la partecipazione dei fedeli sono state vietate per evitare assembramenti e sovraffollamenti. Pertanto, ogni giorno celebro la Santa Messa in privato, a porte chiuse, senza il popolo santo di Dio ma sempre a suo beneficio.

Anche in questo periodo, la Chiesa si è resa presente in tantissimi modi nella vita dei cittadini. Le celebrazioni di Papa Francesco trasmesse in televisione risulta siano state seguite da circa quindici milioni di telespettatori; tanti sacerdoti hanno ideato metodologie pastorali nuove, sfruttando i social media e le applicazioni più disparate per trasmettere i valori della fede e per far sentire meno soli i fedeli. Tuttavia, non possiamo negare che la decisione dello Stato ha destabilizzato non poco la vita dei fedeli, privati della partecipazione ai santi misteri, soprattutto in un periodo tanto sentito qual è quello della Settimana Santa e della Pasqua.

Personalmente, non ho mai apprezzato la comunicazione a distanza, tramite i social, perché la trovo fortemente spersonalizzante e in alcuni casi non fa percepire il senso della comunità, dello stare insieme gli uni accanto agli altri. Ma, costretti a fare di necessità virtù ed a reinventarci per sentirci più vicini, mi sono deciso anch’io a trasmettere tramite Facebook le celebrazioni, in modo da assicurare non solo benefici spirituali, ma anche tanto conforto umano.

Per una speciale concessione di Papa Francesco, i fedeli che in questo periodo partecipano alla Santa Messa, trasmessa in tv oppure online, possono ricevere l’indulgenza plenaria facendo la comunione spirituale. Tuttavia, chi ha la possibilità di andare nella chiesa più vicina alla propria abitazione, può chiedere al sacerdote di ricevere l’eucaristia.

Nella difficoltà di questo tempo, ho potuto cogliere il senso della Chiesa che si apre ad extra, la cosiddetta “Chiesa in uscita” di cui parla sempre Papa Francesco. Per noi presbiteri, in particolare, penso sia stata un’occasione di crescita missionaria nel tentativo di lenire le ferite di questa storia travagliata. Ed ecco che ci siamo trovati ad invertire rotta: se normalmente sono i fedeli a venire in chiesa da noi, adesso siamo noi ad entrare, anche se virtualmente, nelle singole case. Ad esempio, attraverso gli esercizi spirituali in preparazione alla Pasqua che ho trasmesso sulla pagina Facebook della parrocchia, ho potuto raggiungere tantissime persone, come in una grande agorà virtuale per portare conforto a quanti lo desiderassero.

Ma l’ecclesìa (letteralmente “assemblea”) che non si riunisce fisicamente, può dirsi tale? La situazione che stiamo vivendo ci sta aiutando anche a rivedere il nostro rapporto con la comunità e soprattutto il senso del nostro essere, tutti insieme, comunità. È chiaro, il prendere parte ai santi riti a distanza vuole essere soltanto una forma provvisoria di partecipazione in un contesto di emergenza, perché la forma originaria e più naturale per dirsi ecclesìa è il riunirsi materialmente attorno alla mensa eucaristica. Lo ha ribadito anche Papa Francesco durante una Santa Messa celebrata a Santa Marta, dicendo di non cedere alla tentazione di una fede “viralizzata”, cioè di una Chiesa che per paura resta impantanata nella situazione attuale di virtualità. Quella virtuale è la Chiesa dei tempi difficili che stiamo attraversando, ma la vera Chiesa è quella con la presenza del popolo.

Probabilmente il dato positivo di questa situazione è che abbiamo potuto riscoprire il senso di quella che i primi cristiani chiamavano “Chiesa domestica”, la Chiesa che si riunisce attorno al focolare domestico, la famiglia che trova degli spazi di preghiera in comune. Tante sono le persone che da sempre pregano insieme in famiglia, ma molte altre lo stanno imparando adesso anche grazie ai sussidi che periodicamente la Conferenza Episcopale Italiana sta mettendo a disposizione sul proprio sito internet (tra l’altro la CEI ha messo a disposizione gratuitamente anche il quotidiano Avvenire online).

Di questo tempo ci porteremo impressa nella memoria la solitudine di Papa Francesco in una Piazza San Pietro deserta, emblema della vicinanza della Chiesa alle molteplici forme di solitudine: quella delle famiglie con difficoltà economiche, degli anziani nelle case di riposo, dei carcerati, dei malati, dei tanti morti da soli, condotti fugacemente nei cimiteri dopo una brevissima benedizione davanti alla chiesa. È la stessa solitudine di Cristo tradito e solo nell’orto del Getsemani, che muore sulla croce per farsi ancor più vicino alle fragilità umane.

Ma la sofferenza non ha l’ultima parola perché la croce di Cristo è albero glorioso che apre alla resurrezione!

E in questo breve excursus, spaccato della fede vissuta in tempo di Coronavirus, vorrei parlare infine della dimensione della carità, che è segno di speranza e quindi di resurrezione. La mia parrocchia, come credo tante altre realtà ecclesiali e non, in questo periodo si è fatta veicolo di carità per tante persone che con generosità hanno potuto donare e con altrettanta generosità ricevere. Ringrazio tutti coloro che hanno offerto generi di prima necessità per le famiglie in difficoltà: il Movimento di rinascita cristiana, la Halley Sud e le tante singole persone che ci hanno raggiunto con piccole e grandi donazioni. Sappiamo bene che tante famiglie stanno subendo i devastanti effetti di questa tremenda crisi e siamo consapevoli che il nostro contributo non è sicuramente la soluzione ai loro problemi, ma è senz’altro “balsamo” per alleviare qualche piccola ferita e sofferenza.

Con Cristo stiamo portando le croci di un’umanità ferita, nell’attesa di ripartire più forti di prima con una fede più salda in Dio e nell’uomo: questa è la resurrezione a cui Cristo ci chiama oggi.

 

*Amministratore della Parrocchia B.V.M. in cielo Assunta alla Plaia – Catania