Caso Battisti, l’impunità di un criminale e i suoi padri

Caso Battisti, l’impunità di un criminale e i suoi padri

«Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus». Ora è il momento di bere, e di rallegrarsi. Con queste parole Orazio celebrava la morte di Cleopatra. Con lo stesso entusiasmo noi assistiamo alla cattura di Cesare Battisti, spietato assassino che si è sottratto per quasi quarant’anni alla nostra giustizia. La Bolivia ce lo ha restituito subito, tanto prima tanto meglio. E speriamo che finisca i suoi giorni in carcere a meditare sulla sua opera sanguinaria, sulla sua ideologia rabbiosa e sulla sua rivoluzione fallita. Esaurito questo giustificato momento emotivo, si pongono alcune domande.

1. Come è stato possibile che un condannato con sentenza definitiva per reati tanto gravi sia rimasto impunito per così tanto tempo? 2. Cosa ha determinato il cambiamento di condizioni che hanno portato alla sua cattura? 3. Cosa accadrà ora?

Proviamo a rispondere con il beneficio d’inventario per quanto riguarda l’ultima questione.

1. L’impunità di questo latitante ha molte madri: la condiscendenza benevola, e talvolta complice, di una perversa cultura progressista che ha sempre minimizzato, se non giustificato, le responsabilità di questi terroristi; la diffidenza verso la giustizia italiana, vista ora come una struttura subalterna alla politica ora come un cieco strumento di repressione; e infine una vera e propria connivenza da parte di dittatori ideologicamente contigui a questo rivoluzionario in salsa intellettuale. Le responsabilità maggiori tuttavia gravano sulla Francia, che gli ha offerto asilo e assistenza come se fosse un perseguitato.

2. Le cose sono cambiate perché sono mutate le condizioni politiche. La vittoria alle presidenziali brasiliane di Jair Bolsonaro ha eliminato alibi ideologici e protezioni giudiziarie,  precedentemente offerte contro ogni principio di diritto internazionale dai regimi amici. La Giustizia è, o dovrebbe essere, indipendente dalla forza, ma senza quest’ultima è impotente. Questa volta la forza sta dalla parte della Giustizia: non possiamo, come Orazio, che rallegrarcene.

3. Che accadrà ora? Giuridicamente, la questione sembra conclusa. La Bolivia ha decretato l’espulsione del soggetto entrato illegalmente nel Paese per rispedirlo in Italia. L’unico ostacolo formale che poteva essere determinato dalla differente disciplina delle sanzioni, sembra anch’esso superato perché non sarà necessario chiedere l’estradizione al Brasile, che nel proprio ordinamento non prevede la pena dell’ergastolo.

Un’ultima considerazione. Questa vicenda dimostra, ancora una volta, le deficienze dell’Europa. Un’Unione costituita su basi economiche e finanziarie che non riesca a realizzare una omogenea giustizia penale è, manifestamente, un organismo fiacco e azzoppato. La Francia, con presidenti diversi, ha fatto malgoverno del principio di asilo politico, concedendolo a un criminale condannato da una giustizia indipendente e imparziale di un ordinamento democratico. Ma questo originale atteggiamento, che non ha niente a che vedere con la sovranità giurisdizionale di uno Stato e ancor meno con la salvaguardia dei diritti dell’uomo, non è che il prodotto di una legislazione affrettata e imperfetta, che ha voluto costruire un edificio senza criterio, sena progetto, e senza fondamenta. Così come ha introdotto un’unità monetaria senza una comune governante tributaria e giuridica, così ha mantenuto, per i singoli componenti, prerogative esclusive rivelatesi inique e arbitrarie. Per questo negli anni scorsi i reduci intellettuali di Saint Germain des Prés patrocinavano la causa di Battisti; forse domani riprenderanno la tirade in nome di ambigui princìpi umanitari. Noi, al contrario, siamo contenti. E non ci dispiace che la Francia, e con essa parte dell’Europa, debba prendere lezione da un presidente brasiliano di origini italiane.

Carlo Nordio, Il Messaggero 14 gennaio 2019