Benedetto Croce riannodò i fili dell’Italia ferita e divisa in due

Benedetto Croce riannodò i fili dell’Italia ferita e divisa in due

È uscito in Canada un libro dello storico Rizi sul ruolo politico del filosofo dopo l’8 settembre. A Napoli il pensatore era il «padrone di casa» del Regno del Sud

Benedetto Croce fu uno dei maggiori filosofi europei del secolo scorso, ma anche, in alcuni momenti della sua vita, un uomo politico. Fu «politico» quando partecipò al dibattito revisionista sulle sorti del socialismo provocato dalle tesi di un grande socialdemocratico tedesco (Eduard Bernstein) tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Fu politico quando prese posizione contro l’intervento dell’Italia in guerra nella primavera del 1915 e quando volle ascoltare il discorso che Mussolini pronunciò al Teatro San Carlo di Napoli il 24 ottobre 1922, mentre le camicie nere mettevano in scena nella capitale del Sud la prova generale dello spettacolo che sarebbe andato in scena a Roma quattro giorni dopo. Fu politico quando promosse un manifesto degli intellettuali italiani contro il fascismo il 1° maggio 1925 e quando votò in Senato contro il Concordato che Mussolini firmò con la Santa Sede nel febbraio del 1929. E fu politico infine durante il Ventennio, quando la sua rivista («La Critica») divenne il solo partito di opposizione tollerato dal regime e una sorta di vangelo liberale per molti giovani fascisti che si affacciavano agli studi universitari negli anni Trenta.

Conosciamo bene quei capitoli della sua vita, ma avevamo prestato meno attenzione al periodo, tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conquista alleata di Roma nel giugno 1944, in cui il re e il governo Badoglio si installarono al Sud, fra Salerno, Capri e Napoli. Quel periodo è raccontato e studiato ora in un libro pubblicato in Canada dalla University of Toronto Press (Benedetto Croce and the Birth of the Italian Republic, «Benedetto Croce e la nascita della Repubblica italiana»). L’autore, Fabio Fernando Rizi, aveva già scritto un libro su Croce durante il fascismo ed è uno dei più appassionati studiosi del filosofo napoletano nel mondo culturale di lingua inglese.

Quando la monarchia scese al Sud, Croce divenne una sorta di padrone di casa. Gli facevano visita tutti coloro (giovani militari, politici e funzionari dello Stato) che avevano attraversato il fronte per schierarsi con l’Italia antifascista e antinazista. Gli facevano visita gli ufficiali americani, inglesi, francesi e polacchi che avevano letto i suoi libri. Lo intervistavano i corrispondenti di guerra.
Sulla situazione italiana aveva idee molto chiare. Sapeva che non sarebbe stato facile per il Paese riconquistare la sua credibilità e avanzava tenacemente due proposte. In primo luogo, per riscattarsi, l’Italia avrebbe dovuto partecipare al conflitto con le forze armate dislocate nelle regioni meridionali e con nuovi gruppi di combattimento composti da volontari. In secondo luogo il governo Badoglio e la classe politica prefascista (fra cui soprattutto Enrico De Nicola) avrebbero dovuto convincere Vittorio Emanuele III ad abdicare. Soltanto così sarebbe stato possibile, secondo Croce, ottenere migliori condizioni al tavolo del trattato di pace e salvare la monarchia che a lui, liberale conservatore, sembrava la migliore barriera contro il rischio di una deriva comunista.
Scoprì subito che i suoi maggiori avversari sarebbero stati gli Alleati e in particolare Winston Churchill. La Gran Bretagna aveva un conto da regolare con la politica mediterranea di Mussolini e voleva che l’Italia pagasse senza sconti il prezzo della sconfitta. Poteva essere «cobelligerante», ma non alleata. Quanto a Vittorio Emanuele III, non credo che a Londra provassero una particolare simpatia per il sovrano in carica, ma temevano che la sua abdicazione avrebbe pregiudicato la stabilità del Paese.
La maggiore vittima di questa politica inglese fu Carlo Sforza. Quando si fermò a Londra per qualche giorno, prima di tornare in Italia, promise che non avrebbe fatto contro i Savoia una politica repubblicana, ma non mantenne la parola, e il governo britannico, irritato, non permise che diventasse ministro degli Esteri. Sforza dovette accontentarsi di un ministero senza portafoglio e realizzò le sue ambizioni soltanto dopo la firma del trattato di pace nel 1947.
Anche per l’abdicazione del re fu necessaria molta pazienza. Quando fu chiaro che non aveva alcuna intenzione di abdicare, De Nicola, sollecitato da Croce, lo persuase a permettere almeno che le funzioni del cap0 dello Stato fosser0 trasferite a un luogotenente, nella persona di suo figlio Umberto. Vittorio Emanuele III accettò, ma pretese che la nomina del luogotenente avesse luogo soltanto dopo il suo ritorno nel palazzo (il Quirinale) da cui era fuggito nella notte dell’8 settembre. Voleva, almeno per un giorno, essere re nella sua vecchia casa e nella pienezza delle sue funzioni. L’abdicazione venne quindi più tardi, il 9 maggio 1946, per consentire a Umberto di essere re d’Italia quando gli elettori andarono alle urne per decidere se l’Italia sarebbe stata monarchica o repubblicana.
Come ricorda Fabio Fernando Rizi, Croce, in quella fase della sua vita, si dedicò interamente alla politica nazionale. Resistette alle pressioni di coloro che lo avrebbero voluto alla Presidenza del Consiglio, ma fu un diligente ministro senza portafoglio. I suoi rapporti con Togliatti, dopo il ritorno del leader comunista in Italia il 27 marzo 1944, non furono cordiali, ma dopo avere partecipato insieme al governo presieduto da Badoglio, giunsero entrambi alla conclusione che il maresciallo era stato un buon presidente del Consiglio.
L’ultima iniziativa politica di Croce è la più interessante. Quando il Parlamento dovette ratificare il trattato di pace firmato a Parigi nel 1947, il senatore Croce si alzò in piedi all’Assemblea Costituente per dichiarare che il trattato era un diktat, che gli Alleati si erano rimangiati le promesse fatte durante la guerra, che le umilianti condizioni imposte al Paese, fra cui la spartizione della flotta e la privazione delle colonie, violavano i principi della Carta Atlantica.
«È impossibile», disse, «costringere gli italiani a dichiarare bello ciò che considerano brutto». Il trattato fu ratificato e il futuro dell’Italia smentì le sue pessimistiche previsioni. Ma il suo ultimo discorso fu una straordinaria lezione di orgoglio e dignità nazionale.

 

da corriere.it