All’Italia non serve una riedizione del bipolarismo, ma una nuova e grande forza centrista

All’Italia non serve una riedizione del bipolarismo, ma una nuova e grande forza centrista

Il problema politico italiano è il centro. Il fatto che non esista, come formazione autonoma e visibile, è la fonte dei nostri problemi di governabilità. Ed è ciò che ingaburglia e fa avvitare la crisi politica latente. Abbiamo quattro forze che si spartiscono lo spettro politico elettorale: Lega, Pd, Forza Italia, M5s. Non sono uguali tra loro. Non solo per pesi elettorali. Ma per capacità e possibilità di coalizione: la Lega ne ha sin troppa, il Pd non ne ha nessuna. Forza Italia è un equivoco. Ha rinunciato a una sua autonomia e si è consegnata a uno schema unico che consegna il suo destino a un alleato desiderato (Salvini) che, al momento, lo vede più come fastidio che come partner.

Nei fatti Forza Italia sta scomparendo dallo scacchiere. Il problema di Lega, Pd e 5 stelle è questo: non esiste composizione possibile o ipotizzabile tra loro che non riproduca il limite attuale del governo Lega-M5s: coalizioni estremiste, sbilanciate, radicali in economia, perennemente in fibrillazione, instabili. Abbiamo una legge elettorale che impone coalizioni. Ma abbiamo uno scacchiere politico che non consente coalizioni stabili, equilibrate, moderate (come deve essere, obbligatoriamente, una maggioranza di governo in una democrazia parlamentare normale). Questo è il problema italiano: l’attuale tripolarismo è solo fonte di instabilità. O si cambia la legge elettorale (di nuovo?) o si cerca di ristrutturare il sistema. E di creare quello che non c’è: una forza cuscinetto, per natura moderata, equilibratice, lagrangiana (in astronomia il punto equidistante tra i corpi massivi che annulla la reciproca gravità) e coalizzabile a destra e a sinistra.

Qualcuno in passato aveva ipotizzato che i 5 stelle potessero svolgere tale funzione. Una palese idiozia: un partito populista è il più distante e lontano da tale potenziale funzione. Forza Italia, ripetiamo, avrebbe potuto astrattamente puntare a essere questo. Avrebbe dovuto rinunciare a Berlusconi, compiere una rivoluzione liberale (che scongelasse perfino i rapporti a sinistra), evolvere in direzione di un’analogia con la Cdu. E allora la politica italiana sarebbe stata diversa. Insomma, tra Lega e Pd esiste un deserto politico in senso di formazioni moderate. Esistono Forza Italia e 5 stelle che, oggettivamente, non sono formazioni moderate e adatte a fungere da contrappeso e asse di equilibrio del sistema. Lega e Pd, pur con fortune elettorali diverse, sono nel guado. Non possono ovviamente (allo stato attuale) allearsi tra loro. Ma hanno entrambe costrizioni di alleanze problematiche e, specie nel caso del Pd, illusorie. Perfino la Lega. Essa ha a disposizione due risultati: fagocitare Forza Italia e puntare alla maggioranza di centrodestra; rendere stabile, al contrario, la maggioranza gialloverde. Questa seconda ipotesi è quella che oggi appare critica: dissesta i 5 stelle che si radicalizzano e, per rassicurare l’alleato, costringe Salvini a conflitti col proprio elettorato. Che, la sinistra dovrebbe finalmente dirlo, è sovranista e nazionalista ma, oggettivamente, meno populista e respingente in economia. Molti (in primo luogo in Forza Italia ma anche a sinistra) ritengono, per questo, inevitabile e scontato (e solo questione di tempo) il ritorno di Salvini allo schema del centrodestra unito. Anche nel Pd c’è chi considera questa una utile semplificazione e il ritorno a un bipolarismo destra-sinistra che è, ancora, l’unico schema di gioco concepibile dal Pd.

Controcorrente ritengo, invece, assai problematico lo schema bipolare. In primis per il Pd. Ma anche per Salvini. Il Pd è eccitato all’idea che lo smottamento dei 5 stelle li consegni facilmente a un’azione di conquista e dominio da parte del Pd (lodo Paolo Mieli). Questo schema sottovaluta un aspetto: il distanziamento dei grillini da Salvini avviene radicalizzando il Movimento. Che, al termine del tormento in corso, si ritroverà ancora più radicale ed estremista. Un bel problema per il Pd. Forse a tutti i giocatori in campo, al Pd come a Salvini, converrebbe che allo smottamento dei 5 stelle corrispondesse una trasformazione del sistema. E un nuovo tripolarismo. In cui tra Lega e Pd si interponga un centro alleabile e coalizzabile. E non il magma informe dei 5 stelle. Per Salvini, a mio avviso, un vero partito competitivo, non inanimato ed esangue come FI, liberale, moderato, europeista e antisovranista, partner possibile ma autonomo e distinto, netto e intransigente in economia (il partito che Monti costruì e poi disfece) potrebbe risultare una prospettiva meno ostica e spericolata che il “potere in solitario”. E certo è così per gran parte del suo elettorato e della classe dirigente della Lega. Ma anche per il Pd questa è la prospettiva più intelligente. Io non credo che Zingaretti possa essere, più di tanto, interessato al “recupero a sinistra”. A sinistra del Pd stagna uno spazio, ormai vuoto, occupato da residui di ceto politico, senza popolo e con idee stagnanti. Il Pd può elettoralmente crescere in due bacini: alla sua destra e tra quanti si sono rifugiati nell’astensionismo. Quel che può prendere dai 5 stelle (poco) verrà di default. Ma anche così – crescendo in queste aree – il Pd non risolve il suo problema: avere in Parlamento una formazione coalizzabile, al centro del sistema, liberale e moderata (come ha riconosciuto Prodi al Foglio).

Ma attenzione: il Pd non può illudersi che un nuovo partito, liberale moderato, nasca per decreto del Pd (come nascevano, negli anni 50, i partiti del Fronte popolare nell’est). Che nasca dichiarando che si allea soltanto col Pd. Che prenda vita da aree, gruppi, personalità che “guardano (da sempre) a sinistra”. Una forza di centro, per essere tale e utile al sistema, deve essere un effettivo terzo polo tra Lega e Pd. Altrimenti riprodurremmo, a sinistra, il fallimento di Forza Italia. E poi: un partito centrista octroyee, costola a destra di una coalizione del Pd non porterebbe via voti a destra e toglierebbe al Pd, magari, voti già suoi. Un non senso. Creare in Italia un vero, nuovo, autentico partito liberale e moderato (una En Marche nelle particolarità politiche italiane) è una necessità dell’Italia. Non un rifugio per disadattati.

 

da ilFoglio.it