Uscire dall’Euro; la via della schiavitù

Uscire dall’Euro; la via della schiavitù

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Durante lo svolgimento dei lavori preparatori per la redazione della nuova Carta costituzionale, il futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi fu animato dalla preoccupazione di limitare il potere assoluto di cui aveva goduto sino a quel momento lo Stato nell’ambito della politica monetaria e tentò, in prima persona, d’innalzare qualche argine giuridico in grado di salvaguardare la libertà individuale dagli attacchi dello statalismo monetario.

Einaudi già da parecchi anni aveva maturato la consapevolezza dei disastri economici e sociali dovuti alla manipolazione del valore della moneta da parte dello Stato ed aveva spiegato chiaramente, in alcuni saggi precedenti alla sua attività di costituente, come la mancanza di alcun limite nell’emissione di moneta fosse la causa principale della distruzione del valore dei risparmi, dell’alterazione dei rapporti fra creditori e debitori (quasi sempre a vantaggio dei secondi) e della instabilità dei prezzi che determinava, a sua volta, enormi difficoltà economiche.

Nella sua chiarezza l’insegnamento di Einaudi era semplice e non del tutto innovativo per la verità, ma richiamava l’attenzione sul rapporto di proporzionalità diretta che esiste fra il potere dello Stato di inondare il mercato di moneta e la conseguente riduzione degli spazi di libertà individuale.

Avendo assistito agli effetti devastanti dell’inflazione della prima metà del ‘900 sulla riduzione del valore del risparmio e, soprattutto, sul valore dei titoli del debito pubblico emessi dallo Stato, Einaudi propose in assemblea costituente di consentire alle parti contraenti un’obbligazione di debito/credito d’introdurre la cosiddetta “clausola oro”, affinché il rimborso futuro potesse avvenire al valore reale del debito contratto e non già a quello ridicolizzato dall’inflazione galoppante generata dalla politica monetaria dello stesso Stato.

Da vero liberale Einaudi non poteva accettare che lo Stato debitore del titolo pubblico avesse poi riconosciuto il potere legittimo di stampare senza limiti egli stesso la moneta e di ridurre, così, il valore del prestito che aveva contratto con il privato. L’esperienza dello Statuto albertino, poi, che nonostante la solenne dichiarazione della inviolabilità degli impegni economici assunti dallo Stato con i suoi debitori, non aveva garantito adeguata tutela alla libertà individuale, indusse Einaudi a ricercarne la garanzia della tutela nel più alto rango costituzionale della nuova fonte giuridica.

La proposta dell’accademico liberale, com’è noto, non fu accolta dalla Costituente che partorì, invece, l’attuale articolo 47 che si limita d’incaricare la Repubblica d’incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme, senza introdurre alcun limite definito al potere statale di manipolare il valore della moneta.

Nonostante qualche voce isolata abbia cercato di ricondurre l’obbligo costituzionale di tutelare il risparmio alla necessità d’imporre al legislatore una politica monetaria adeguata, la storia della Repubblica italiana è stata contrassegnata, per parecchi decenni, dall’esercizio dello potere assoluto dello Stato di manipolare a piacimento il valore della moneta e di calpestare la libertà individuale dei suoi cittadini.

La strada da percorrere è apparsa fino a un certo punto agevole; alle leve dell’incremento della tassazione, al cui utilizzo si doveva fare fronte con costi politici ed economici d’immediata percezione, la classe politica nazionale ha preferito l’emissione senza limiti di moneta anche per sostenere il debito pubblico, almeno sino alla separazione fra tesoro e banca d’Italia, con ricadute in termini d’inflazione che, fra la seconda metà degli anni settanta e la prima degli anni ottanta, ha viaggiato anche intorno e sopra al 20%.

La piena e incondizionata titolarità della politica monetaria in capo allo Stato, riconosciuta anche dalla Corte costituzionale in alcune pronunce, ha contribuito in maniera determinate a configurare una forma di stato non certo liberale ed ha convalidato, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, la fondatezza delle critiche e delle proposte di Einaudi.

Oggi si deve constatare come le preoccupazioni dell’accademico piemontese e le sue iniziative siano state in qualche modo raccolte con l’introduzione dell’Euro e del sistema che ruota intorno alla Banca Centrale Europa. Quest’ultima, sebbene deputata ad emettere moneta, alla stregua di quanto poteva fare qualsiasi banca statale centrale dei Paesi oggi aderenti all’Euro, deve rispettare il vincolo di matrice costituzionale rappresentato dalla stabilità dei prezzi e da un livello d’inflazione che deve essere mantenuta intorno al 2%.

I trattati europei non solo pongono al riparo la Banca centrale da qualsiasi interferenza politica nazionale e comunitaria, il che rende di già la gestione monetaria indipendente dalla pretese politiche di qualsiasi natura, ma le impongono anche un obiettivo specifico, per mantenere il quale si deve regolare l’emissione della quantità di moneta affinché non si raggiungano livelli tali da stimolare un’elevata inflazione e, in definita, un’alterazione del valore dei risparmi e della moneta detenuta dai cittadini europei.

Si deve osservare, pertanto, come gli italiani siano transitati da un sistema costituzionale che, secondo la lettura prevalente e storicamente dominante, assegnava allo Stato il potere assoluto di alterare il valore della moneta e d’interferire con la forza dell’autorità sul valore dei risparmi e di tutti i rapporti commerciali instaurati anche fra soli privati, ad un diverso regime costituzionale che, limitando la discrezionalità dell’azione della BCE, garantisce, per il tramite d’un vincolo giuridico evidentemente suscettibile d’essere fatto valore davanti alla Corte di Giustizia Europea, le prerogative dell’autonomia e della libertà individuale.

Per quanto possa apparire dissonante rispetto al coro di critiche che hanno investito l’introduzione della moneta unica, si deve affermare come l’impalcatura giuridica dell’euro e del sistema che ruota attorno alla BCE, rappresenti una garanzia di tutela della libertà individuale all’interno di una forma di Stato che, almeno limitatamente alla politica monetaria, ha cominciato, grazie al meccanismo descritto, ad assumere i connotati dello Stato liberale.

E’ evidente, allora, come il constante richiamo alla necessità di abbandonare il sistema della moneta unica europea per ritornare all’emissione della lira sovrana, lungi dal rappresentare solo il tentativo d’illudere i cittadini di ricorrere, come accadeva in passato, all’allettante strumento della svalutazione competitiva, rappresenti la rivendicazione dell’attuale classe politica italiana del riconoscimento di un potere assoluto ed arbitrario di manipolare il valore della moneta detenuta dai cittadini a danno della libertà individuale e dell’autonomia degli stessi italiani.

La cosiddetta “uscita dall’euro” sottintende, nemmeno tanto velatamente, il desiderio di sfuggire alle maglie di un costituzionalismo economico, che almeno sotto questo profilo si presenta di matrice liberale, per ritornare alla titolarità in capo allo Stato d’un potere privo di alcun vincolo e quindi sostanzialmente in un regime in cui manca qualsiasi forma di Costituzione, di garanzia e di tutela.

Stretto oggi fra l’alternativa, da un lato, d’utilizzare gli strumenti dell’imposizione fiscale, del debito pubblico e del taglio della spesa improduttiva, le cui conseguenze sotto il profilo della tenuta del consenso politico non sono certo d’agevole gestione, e, dall’altro, di ritornare alla comodità della sovranità monetaria i cui effetti, invece, appaiono erroneamente nell’immediato di sicuro beneficio, sebbene a scapito della libertà individuale e nel lungo termine anche della crescita economica, il ceto politico nazionale oggi al Governo sembra propendere per la seconda opzione e dunque per  il ritorno ad un costituzionalismo economico illiberale.

La nostra Carta costituzionale e la cultura giudica nazionale hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di “arginare” da sole le tendenze illiberali della politica monetaria italiana, cosicché l’abbandono dell’euro non rappresenterà altro che la caduta dell’argine frapposto di recente fra la furia statalista dell’alterazione del valore della moneta e la fragilità delle protezioni dell’autonomia dei singoli.

Abbandonare l’Euro significa, dunque, abbandonare l’insegnamento di Luigi Einaudi e con esso le difese della libertà individuale.