Una democrazia senza partiti all’altezza

Una democrazia senza partiti all’altezza

A cavallo della formazione del Governo di Mario Draghi i giornali e le televisioni, quasi senza distinzione di orientamenti, hanno insistito sulla tesi secondo cui il nuovo governo e soprattutto il nuovo presidente del Consiglio hanno rappresentato la conseguenza diretta e la sicura prova del “fallimento della politica”, qui evidentemente intesa come “partiti politici”. A parte il fatto che non riesco a capire perché, se fosse nato il Conte-ter, sarebbe stato il trionfo della politica mentre, essendo abortito, ne ha costituito la fine. Sono, è chiaro, impostazioni di parte oltre che parziali nella sostanza. Rientrano in quelle forme di faziosità da tifoseria calcistica che avvelenano il dibattito sulla democrazia italiana. La quale ha già tanti difetti intrinseci che dovrebbe essere tenuta al riparo da simili partigianerie.

È la settima volta che un presidente del Consiglio viene prelevato dalla società civile, come suol dirsi, anziché dalla “società politica”, volendo intendere che il prescelto dal Quirinale è un extraparlamentare, alla lettera, un signore che non siede in Parlamento (Giuliano Amato è anomalo perché partecipe delle due categorie). Eppure, appena ne riceve la fiducia, egli entra a pieno titolo nella “società politica”, ne prende i colori, per quanto vi si presenti con un attestato di apartiticità che ne certifichi le doti tecniche di specialista. Questa è una differenza non da poco, rispetto, per esempio, all’Inghilterra, “madre dei parlamenti”. Nel Regno Unito un premier che non abbia conquistato un seggio alla Camera è indigesto. I britannici, nel loro pragmatismo di sempliciotti, essendo refrattari ai bizantinismi e machiavellismi italici, nutrono la convinzione che se il popolo non ti elegge a un seggio parlamentare sarebbe poi strano che tutti gli eletti ti scelgano per farsene governare.

L’arrivo del “tecnico” al Governo della Repubblica ricorda un pochino l’Ispettore generale di Nikolaj Gogol. Gli fanno buon viso. Ma la similitudine azzardata finisce qui. I partiti lo accolgono ma addossandone agli altri l’arrivo. L’esame di coscienza non lo fa nessuno di essi. C’è una ragione. I peccati da confessare sono tanti. Innanzi tutto, dovrebbero chiedersi perché accada che debbano fare un passo indietro. Fondamentale è il rifiuto di riconoscere che essi sono figli legittimi di una democrazia fondata su partiti ondivaghi che, pur cangiando trasformisticamente, restano gli stessi nella struttura essenzialmente verticistica. Selezionando la classe politica con metodo oligarchico, cooptandola, si finisce necessariamente per deprimerne la qualità media e inibire l’emergere delle personalità. Restando in Italia, i partiti presentarono all’Assemblea costituente la crema della nazione. Il popolo ne avallò le scelte. Dopo l’abolizione della legge elettorale che prende il nome dall’attuale presidente della Repubblica, la democrazia italiana è divenuta, non mi stancherò di ripeterlo, “un’oligarchia temperata dal voto”.

L’articolo 49 della Costituzione (“la più bella del mondo” sfregiata proprio da chi lo proclama) stabilisce che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. È uno degli articoli più maltrattati e inattuati. I partiti, così come risultano nella realtà effettuale, sono lontani dalle prescrizioni dell’articolo e dal modellino dei Costituenti. Sono ectopici rispetto alla forma e alla sostanza del genuino “governo rappresentativo”. Se le elezioni, dalle candidature al sistema di voto, sono quelle che sono e i partiti, dagli statuti ai controlli, sono come sono, aspettarsi che le une e gli altri assolvano al meglio alla basilare funzione pubblica di determinare la politica nazionale è una pia illusione, quanto confidare di poter estrarre dalla classe parlamentare così formata anche soltanto pochi governanti all’altezza del ruolo. Quindi, non si tratta di un occasionale “fallimento della politica”, bensì dell’inevitabile conseguenza del perdurante stato di cose che i partiti per primi hanno interesse a conservare.

L’Opinione delle Libertà

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