Tra intellettuali, politica e garantismo: l’intervista al Prof. Sabino Cassese

Tra intellettuali, politica e garantismo: l’intervista al Prof. Sabino Cassese

Sabino Cassese è una delle figure più importanti del panorama culturale italiano. Studioso, giurista, giudice emerito della Corte Costituzionale, è da anni propugnatore di una visione liberaldemocratica e garantista, che lo hanno reso più volte il candidato ideale per la Presidenza della Repubblica. Favorevole ad una riforma della giustizia in senso garantista e di una svolta in senso presidenzialista, seguendo le orme di padri costituenti come Calamandrei, Pacciardi, in nome di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica, senza cadere facile equivoco che associa autoritarismo e presidenzialismo. Collaboratore di testate nazionali come Il Corriere della Sera, Il Riformista, Cassese è un raffinato intellettuale che in numerosi saggi ha saputo combinare la sua cultura giuridica, con una sensibilità umanistica. Prova di tale vocazione è il suo saggio “Intellettuali” (IL MULINO), una lucida diagnosi ed analisi della crisi del clero laico della nostra società, analizzandone il ruolo, i limiti, le potenzialità per la democrazia e lo sviluppo della nostra società. Abbiamo intervistato il Professor Cassese per avere alcune delucidazioni sulle sue idee e sulla sua ultima opera.

Cosa ne pensa della condizione che gli intellettuali odierni hanno nella nostra società? E che ruolo dovrebbe avere questa figura?

La risposta a questa domanda deve tener conto dei diversi settori nei quali operano gli intellettuali. Come evidente, della figura dell’intellettuale io do una definizione molto vasta, che comprende anche l’epidemiologo, il virologo, il giornalista, il sacerdote, il grecista, oltre allo storico, al politologo, al giurista. Ora, ciascuna di queste figure opera sia in un particolare settore, sia rivolgendosi all’intera comunità. Complessivamente, penso che in Italia gli intellettuali giochino un ruolo importante, ma potrebbero averne uno maggiore se non fossero chiusi nella loro torre d’avorio, se fossero disponibili a comunicare più frequentemente attraverso i media, se nel comunicare fossero più accessibili.

Chi è per lei L’intellettuale, nel suo omonimo libro? Può farci alcuni esempi di pensatori che seguono tale visione?

Farei due esempi. Il primo è quello del filosofo del diritto e studioso di scienza politica Norberto Bobbio. Il secondo è quello dello storico della filosofia e della scienza Paolo Rossi. Il primo è più noto, anche perché è stato senatore a vita; il secondo è meno noto, ma ha collaborato intensamente al Domenicale del Sole 24 Ore. L’uno e l’altro hanno influenzato ampiamente non solo la cultura ma anche la società italiana: pur essendo morti da qualche anno, vengono letti e citati, e sono considerati come autorità morali, oltre che come importanti studiosi nel loro campo disciplinare.

Gli intellettuali sono necessari alla politica o spesso la politica è utile agli intellettuali?

È importante il primo tipo di rapporto, quello che corre tra gli intellettuali e la “polis”, perché gli intellettuali arricchiscano il dibattito nello spazio pubblico, aiutano a capire, suggeriscono un metodo, introducono il culto della razionalità, insegnano a partire dai fatti, piuttosto che delle opinioni, sanno parlare e spesso sanno anche tacere, riescono a insinuare dubbi. Talora, però, è anche rilevante l’altro aspetto, nel senso che intellettuali vengono cooptati al mondo della politica. Ricordo, ad esempio, i cosiddetti indipendenti di sinistra eletti a suo tempo nelle liste del partito comunista italiano, oppure in liste  appoggiate del partito comunista.

Quanto pensa, siano importanti i valori liberali e garantisti in questa situazione di tensione tra cittadini e istituzioni?

Sono valori essenziali. In ogni democrazia, la libertà di parola, quella di manifestare il proprio pensiero liberamente, la libertà di associazione, quella di riunione sono condizioni essenziali di partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni. Essendo condizioni essenziali, è solo grazie alle libertà che le tensioni tra Stato e società, tra cittadini e istituzioni, vengono ridotte e sono superabili. Ritengo, quindi, che democrazie illiberali non possano esistere per due motivi. Il primo è che storicamente le democrazie si affermano sulla base di principi liberali, di cui costituiscono uno sviluppo. Il secondo è che senza libertà essenziali non può esservi neppure partecipazione dei cittadini alla vita collettiva, e quindi democrazia.

In questo periodo si è riacceso il dibattito sul presidenzialismo (o semipresidenziale). Un tema un tempo caro ad azionisti e repubblicani e che vieni portato avanti dal centrodestra. Cosa ne pensa del presidenzialismo e guarderebbe con favore una riforma su tale indirizzo? E se si ispirandosi a quale modello?

Di sistemi politici presidenziali ne esistono molte varianti e così pure di sistemi politici semi presidenziali. La caratteristica comune consiste nella elezione diretta del presidente della Repubblica, che così assume un ruolo non solo di rappresentante dell’unità dello Stato, ma anche di capo politico. L’essere un sistema presidenziale, però, non impedisce che esista un Parlamento. Grazie a presidente elettivo e a Parlamento elettivo, ambedue scelti dal popolo direttamente, i cittadini possono esprimersi due volte sull’indirizzo politico del Paese e in molti Paesi lo fanno mettendo in contraddizione presidente e Parlamento, come accade nella cosiddetta coabitazione in Francia o nel cosiddetto governo diviso negli Stati Uniti d’America. In questo senso, il presidenzialismo può assicurare un maggiore pluralismo del potere al vertice.

Che opinione ha della campagna referendaria sulla riforma della Giustizia? Pensa che sarebbe necessario un intervento più incisivo per ristrutturare il sistema giudiziario e se si in che modo?

Una riforma dell’ordine giudiziario e del sistema della giustizia in Italia non può certamente venire dai referendum, ma i referendum possono essere molto utili per una riforma, perché dànno un indirizzo e perché assicurano un impulso. La direzione della riforma della giustizia dovrebbe essere ormai chiara. Innanzitutto, assicurare che la giustizia arrivi sollecitamente. In secondo luogo, assicurare un’autentica indipendenza dei giudici. In terzo luogo, recidere i troppi legami che esistono tra ordine giudiziario e potere esecutivo e tra ordine giudiziario e corpi politici.

Quali sono i riferimenti culturali e politici di Sabino Cassese?

Se intende i libri che leggo, le dirò che sto rileggendo la Divina Commedia di Dante, tutto il teatro di Shakespeare, la grande opera di Alberto Basso su J. S. Bach, intitolato intitolata “Frau Musika” e che consiglio spesso ai miei studenti di leggere le opere di Thomas Mann e di non dimenticare mai di rileggere i grandi capolavori della letteratura e della storia. Un collega spagnolo mi disse una volta che nel suo Paese si consiglia di leggere il Don Chisciotte di Cervantes tre volte nella propria vita, in gioventù, in età matura, e in vecchiaia, perché in ogni lettura si scoprono aspetti nuovi dell’opera.

Di fronte alla crisi dei partiti e della democrazia Maurizio Molinari ha auspicato ad un ritorno ai valori della costituzione per superare questo momento di difficoltà civica. Da dove bisognerebbe ripartire secondo lei ?

Il richiamo alla Costituzione mi sembra giustissimo e nella Costituzione indicherei tre parole che segnalano tre valori importanti: dovere, merito, eguaglianza.

Intervista di Francesco Subiaco su Generazione Liberale