Toghe e prestigio smarrito

Toghe e prestigio smarrito

Il prestigio dei magistrati va tolto dalle mani dei magistrati. Chiusi nella corporazione hanno perso il senso della realtà. La correntocrazia ha velenosamente inquinato il Consiglio superiore della magistratura, che da organo costituzionale incaricato di garantire l’impermeabilità alla politica è divenuto zuppo di politica spartitoria. È noto da anni e da anni lo si denuncia. Da ultimo è arrivato un ex capo dell’Associazione nazionale magistrati ed ex componente del Csm a dettagliare l’orgia d’intrallazzi. Supporre di superare quella situazione smettendo di parlarne, buttandola in caciara e, cosa ridicolissima, facendo supporre che quel “sistema”, cui presero parte in massa, si sia estinto per espulsione di un suo orchestratore, significa avere perso il senso della realtà.

A togliere ogni dubbio arriva la stessa Anm, che non solo esplicitamente e direttamente si comporta da soggetto politico, ma convoca anche uno sciopero tutto politico. Uno sciopero dei magistrati affinché il Parlamento non legiferi diversamente da come desiderano. Se non fosse osceno sarebbe insurrezionale. Lo fanno il 16 maggio <<per arrivare in tempo prima che il Senato concluda i lavori>>. Parola del presidente Anm. Spero che molti magistrati si rendano conto dell’enormità, che non aderiscano allo sciopero e, come già tanti lavoratori di altri settori, abbandonino il sindacato. Divenuto il loro peggiore rappresentante.

Discutendosi una riforma della giustizia è normale che dei magistrati possano esprimere le loro opinioni. Plurale, perché non c’è alcuna categoria umana i cui componenti pensano tutti alla stessa maniera. E ci sono gli strumenti, anche parlamentari, per poterlo fare. Ma convocare lo sciopero del giudiziario per limitare le scelte del legislativo significa distruggere il fondamento dello Stato di diritto, ovvero la separazione dei poteri.

Nel mentre l’Anm convocava lo sciopero il Csm nominava il nuovo procuratore nazionale antimafia. Uno strumento voluto da Giovanni Falcone, ma che i colleghi magistrati gli impedirono di gestire. Siamo stati informati che il nominato ha preso 13 voti, il secondo classificato 7 e il terzo 5. Un magistrato componente del Csm ha detto che avrebbe preferito uno dei perdenti, visto che aveva sempre dimostrato <<indipendenza dalla politica>> e sarebbe estraneo <<alle patologie del correntismo>>. Vale a dire che, secondo il dichiarante, il nominato no. Non si può negare sia assai efficace, come modo per far sprofondare il prestigio di tutti.

Ma al di là di questo, ammesso al di là si possa andare, di tante parole spese sulla storia dell’uno e la fama mediatica dell’altro, soprassedendo sul nulla da dire circa il terzo, non s’è trovata traccia alcuna di cosa una scelta così importante comporta per la procura antimafia. Che so: un piano organizzativo, un programma d’intenti, qualche generica buona intenzione. Niente. Li avrà in mente, ma non pare abbiano pesato nell’attribuzione.

Chi s’appresta ad un così delicato e prestigioso incarico, ideato da un così valoroso e isolato collega, farebbe bene a partire con il piede giusto: noi cittadini vogliamo essere certi che gli uffici giudiziari sappiano operare contro la mafia. Invece c’è rimasto in gola un boccone amarissimo, che continueremo a sputare fuori perché non ci rassegniamo a mandarlo giù: è in corso il processo per il depistaggio sull’omicidio Borsellino e quella roba rimane uno sfregio orribile sul volto della giustizia.

Sappiamo bene che il giudizio si svolge in quell’Aula di tribunale, dovendo essere libero da ogni pressione. Ma sappiamo anche che pressioni ci furono per isolare Falcone e per impedire a Paolo Borsellino di svolgere le indagini che l’altro non aveva potuto completare. Sappiamo che tali pressioni presero corpo nella procura di Palermo, dentro il palazzo della giustizia. Sappiamo che le indagini sulla morte di Borsellino, cui la procura di Palermo impediva di indagare, sono state mandate su un binario falso. Mostruosamente falso. Sappiamo che s’è inscenata una inesistente trattativa fra Stato e mafia, trascurando di guardare in procura. Ecco: il nominato cominci da lì. Gioverebbe al prestigio.

La Ragione