Stupisce lo stupore

Stupisce lo stupore

“Stupefacente ipocrisia” è il titolo di un pezzo che pubblicai nell’ottobre del 2018. La Corte di cassazione ha stracciato quell’ipocrisia. Se lo si vuole si può rendere legale il consumo di cannabis ad uso ricreativo, come si dice, o stupefacente, come è più appropriato. Sono contrario, ma è una possibilità. Quel che non si può fare è prendere in giro l’umanità e farsi beffe della legge.

Chi ha aperto negozi di cannabis, così detta light, oggi si sente tradito e invoca la certezza della legge. Giusto, ma diciamola tutta: vendere scatolette con foglie secche scrivendoci che si posso usare solo per collezione, decorazione o ricordo (di che?), non è una pratica che onora la legge, ma che la dileggia. La legge consente di coltivare (a parte gli usi medici, ma è questione del tutto diversa) determinate piante di cannabis per destinare il prodotto a uso tessile, alimentare, cosmetico o roba simile. Se la vendi assieme alle cartine, avvertendo che il fumo fa male, metti in atto un doppio raggiro: a. della legge; b. del consumatore, cui fai credere che sta comprando la trippa dello spinello.

Fra le lamentazioni che sono seguite alla sentenza leggo (su La Stampa del primo giugno), le seguenti: “ho sempre fumato, ma sono stufo di dare i soldi alla mafia, con l’erba legale avevo trovato la soluzione perfetta” (Roberto) e “la sera mi rilasso con mio marito, non fumo nemmeno una sigaretta, che c’è di male?” (Claudia). Ringraziamoli, perché sono la testimonianza di consumatori che segnalano l’illegalità in atto: quella (non) roba non può essere venduta per fumarla. Farlo viola non una ma diverse leggi, monopolio compreso.

Un Paese può cambiare le proprie leggi, ma se le viola apertamente si disfa. Si era su questa seconda strada e la cassazione l’ha fatto osservare.