Sole e fango

Sole e fango

Non avevamo dubbi e sapevamo che un accordo si sarebbe raggiunto per il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia, così come erano stati approvati e attuati i precedenti cinque. Abbiamo qualche dubbio, invece, che a tutti sia chiaro cosa significa e quali ripercussioni politiche ha sull’Unione europea e sull’Italia.

Che non avessimo dubbi lo abbiamo scritto durante tutto il mese di maggio, nel mentre il sesto pacchetto era oggetto di discussioni. Non solo legittime, ma opportune. La forza del nostro mondo, quello libero, quello delle democrazie occidentali, è proprio nelle diversità e nella necessità di tenere in equilibrio interessi diversi. I monoliti dispotici sono come le statue di sale: brillano al sole, ma si sciolgono e diventano fango con la pioggia.

Il sesto pacchetto non contiene solo la scansione temporale dell’embargo relativo al petrolio russo, ma allarga anche l’interdizione bancaria. Il tutto mentre si corre ad affrancare l’Europa intera dalle forniture di gas. La Russia non solo perderà la guerra criminale che ha avviato, ma si ritroverà in lunga e irrimediabile rovina.

Noi speriamo che questo possa essere evitato, ma con la conclusione del conflitto, negoziata alle condizioni che decideranno gli aggrediti. Speriamo anche che la sicura rovina lavori contro la stabilità interna russa, giacché non abbiamo nessuna voglia e nessuna convenienza di lavorare alla distruzione di ricchezza del popolo russo, ma è quel popolo che deve liberarsi del dittatore che ha dissotterrato l’imperialismo guerrafondaio del passato.

La corsa dei prezzi delle materie prime energetiche (e non solo) era cominciata prima della guerra e non per effetto delle sanzioni, ma, certo, questi elementi aggravano la situazione. Ed è altrettanto certo che ciò comporta un danno anche per noi. Ma l’alternativa non è affatto non subire danni, bensì prepararsi a una guerra che è già iniziata per volontà russa.

Quel che sta succedendo nei Balcani, la corsa nordica ad entrare nella Nato, dicono con evidenza che la vittoria di Putin, la ratifica di un allargamento dei confini a suon di bombe, non è un’opzione percorribile, perché significherebbe portarsi la guerra dentro casa. Putin ha perso nel momento in cui, a poche ore dall’inizio dell’invasione, l’Occidente si è dimostrato unito e determinato.

Quella unità, però, non discende affatto da sentimenti anti russi, bensì dalla constatazione che cedere all’aggressore comportava la propria disgregazione e subordinazione. Un danno di civiltà, politico e anche economico. Ecco perché la guerra è un danno, ma il cedimento sarebbe una rovina.

Tutto questo, che è e rimarrà solido, cambia la vita interna all’Ue. Non rinunciamo a nessuno dei nostri obiettivi, ivi compresa la transizione energetica, ma comporta, da subito, maggiore solidarietà ed integrazione.

La prima è dovuta al fatto che i singoli Paesi europei non sono tutti nella stessa condizione, pertanto l’unità nella risposta comporta solidarietà nel sostenerla. La seconda è una conseguenza, perché la solidarietà comporta scambio di sostegni e spesa comune, che si somma alle altre già avviate ed operative. Senza contare l’accelerazione positiva alla difesa comune, che è materia di alta sensibilità politica.

Ma cambia anche la vita politica interna a ciascun Paese, quindi anche all’Italia. Nella stagione che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945) alla fine della guerra fredda (1990) era escluso che potessero governare forze politiche la cui stella polare era il Patto di Varsavia (i comunisti) e non quello Atlantico.

Nella stagione che Putin ha aperto è escluso che possa governare chi non condivide l’unità nella risposta e la solidarietà integrativa che comporta. Ciascun corpo elettorale resta libero nelle sue scelte, ma operare in quella direzione significa porre il proprio Paese fuori dalla solidarietà e fuori dalla difesa.

Dalle parti di Fratelli d’Italia lo hanno capito bene, da quelle della Lega assai meno. Dalle parti della segreteria del Pd lo hanno capito bene (e farebbero bene ad affrontare il tema Spallanzani), da quelle del M5S assai meno. Anche in questo le presunte coalizioni sono un abbaglio che non abbaglia.

La Ragione