Sessanta anni senza Einaudi, il governatore che da Chigi salì al Colle

Sessanta anni senza Einaudi, il governatore che da Chigi salì al Colle

Le sue idee e azioni di governo dell’economia furono determinanti per la ricostruzione della Nazione dopo il fascismo. Fu numero uno di Bankitalia, vicepremier e Presidente della Repubblica

Il 1° novembre del 1961 il feretro di Luigi Einaudi, poggiato su un affusto di cannone e scortato a piedi da quattro corazzieri, attraversò Roma tra due ali di folla. Era scomparso il 30 ottobre, esattamente sessanta anni fa. Già da sei anni aveva lasciato il Quirinale, poco dopo la morte di Alcide De Gasperi, con cui aveva formato un binomio che, dal dopoguerra, aveva impresso all’economia e alla politica italiana un indirizzo preciso e non modificabile per molti anni a seguire. Questo sodalizio umano e politico, reso autentico dai comuni convincimenti in ordine alla necessità di mantenere gli assetti e le garanzie della democrazia liberale, dell’economia di mercato, di solidi e condivisi legami atlantici, informò il dopoguerra e pose le basi per la rinascita dell’economia italiana e per il boom degli anni cinquanta e sessanta. E collocò stabilmente l’Italia in Europa e nella parte occidentale del mondo.

Einaudi è ricordato come un grande economista accademico, già nel 1902 era titolare dell’insegnamento di Scienza delle Finanze a Torino; nel medesimo anno gli era stata offerta da Vilfredo Pareto la cattedra di Economia Politica a Ginevra, che era stata di Maffeo Pantaleoni. Quindi a giusta ragione Einaudi è collocato nel pantheon internazionale degli economisti. Ma fu anche un politico di razza; nominato nel 1919 Senatore del Regno, fu tra quelli che denunciarono le responsabilità fasciste nel delitto Matteotti, contestando in uno scritto del 1924 la cecità degli industriali che continuavano ad appoggiare Mussolini. Il 1° maggio del 1925 firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel 1928 fu tra i pochi senatori che si opposero all’approvazione della nuova legge elettorale a lista unica formata dal Gran Consiglio del fascismo. Non votò i Patti Lateranensi e si oppose alla campagna di Etiopia. Nel 1938 votò contro le leggi razziali con altri tre senatori. Da sempre fu liberale, spesso aderendo alle formazioni politiche che si ispiravano a quei principi; già nel 1899, poco più che ventenne, in un articolo pubblicato su La Stampa tracciava le linee del programma economico di un partito liberale, basato su una politica antitrust diremmo oggi, affermando che per accrescere la ricchezza prodotta nel paese andavano eliminati gli ostacoli posti dallo stato e dai monopolisti allo sviluppo economico; e quindi smantellare tutte le bardature protezionistiche e instaurare una politica commerciale di libero scambio. E nel 1919, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, scriveva che i comunisti russi “sono come i bambini, vogliono scomporre e fare a pezzi la macchina produttrice, per vedere come è fatta dentro, nell’illusione di poterne rimettere a posto i pezzi meglio. Ma il mercato è opera lenta e secolare della collaborazione di milioni di uomini pazienti, previdenti, geniali e lavoratori”. E queste convinzioni le riaffermò in una serie di conferenze tenute nel 1926 negli USA, ad Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Minnesota, Berkeley, St. Louis. Non cambiò mai idea, e soprattutto per questo che fu chiamato nel 1944 dal Governo Bonomi, su indicazione degli alleati angloamericani, nella Roma liberata per assumere la carica di Governatore della Banca d’Italia, lasciando l’esilio svizzero. Dove aveva intessuto stretti rapporti con due alti funzionari delle ambasciate americana e inglese a Berna, rispettivamente Allen Dulles e John Mc Caffery, spesso citati da Einaudi nel suo Diario dell’esilio; che in verità erano i capi dei servizi segreti in Europa di Stati Uniti e Regno Unito, responsabili del teatro di guerra e delle scelte atte a limitare nel dopoguerra l’influenza degli alleati sovietici nell’Europa liberata. Dulles fu poi nominato a capo della CIA dal Presidente Eisenhower. Il 15 gennaio 1945, alla presenza del Governo e del Comando delle forze alleate, Einaudi a 71 anni si insediò alla Banca d’Italia. Ma la guida della Banca centrale fu solo la premessa di una serie di alti incarichi politici: nel settembre 1945 entrò a far parte della Consulta Nazionale, nel giugno 1946 venne eletto come esponente del partito liberale all’Assemblea Costituente; il 31 maggio del 1947, nel IV Governo De Gasperi, divenne Vice Presidente del Consiglio e Ministro del Bilancio, in corrispondenza dell’uscita dal governo del partito comunista di Palmiro Togliatti. Poche mesi prima, nel gennaio del 1947 il Presidente del Consiglio De Gasperi era andato Washington, accompagnato da due collaboratori di Einaudi, Donato Menichella e Guido Carli (divenuti poi entrambi governatori della Banca d’Italia); in quel viaggio si stabilirono le condizioni, anche politiche, dell’accesso dell’Italia agli aiuti americani, il Piano Marshall, poi varato nel successivo giugno col nome di European Recovery Plan (ERP); il giorno prima della partenza di De Gasperi, Einaudi annotava nel suo Diario di una cena a casa dell’Ambasciatore d’Italia in Unione Sovietica Quaroni, in cui si conveniva che gli Stati Uniti gli aiuti veri non li avrebbero concessi con i comunisti ancora al governo. L’Italia avrebbe poi ottenuto circa 1,2 miliardi di dollari a fondo perduto dall’ERP. Risultò quindi naturale il pieno coinvolgimento di Einaudi nel governo, una volta sciolto il nodo politico della presenza dei comunisti nell’esecutivo. Einaudi pose anche la condizione di poter governare in modo effettivo la politica economica; il 31 maggio del 1947, poco prima del giuramento del governo, De Gasperi metteva per iscritto l’accordo che conferiva a Einaudi le deleghe di politica economica mantenendo il governatorato della Banca d’Italia. Un anno dopo, l’11 maggio del 1948 Luigi Einaudi fu eletto dal Parlamento in seduta comune Presidente della Repubblica, al quarto scrutinio con 518 voti. Il Presidente Einaudi, al centro del suo breve (due pagine) ma intenso discorso alle Camere, pose i principi fondamentali che a suo parere informavano la Costituzione della Repubblica italiana -la libertà e l’uguaglianza- ed espresse tutto il suo sostegno alla ricostruzione nazionale, economica e politica, in una prospettiva occidentale ed europea.
La nomina a Presidente Repubblica chiude idealmente un triennio, dal 1945 al 1948, in cui le iniziative politiche (nazionali e internazionali), le idee e le azioni di governo dell’economia di Einaudi furono determinanti per la ricostruzione della Nazione su basi liberali e democratiche e che non a caso si concluse con la sua ascesa alla suprema magistratura dello Stato. A conferma del prestigio, della abilità politica e dell’altissima statura istituzionale di un grande economista.

di Guido Stazi – milanofinanza.it

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