RiFlussi

RiFlussi

Nel 2023 potranno entrare in Italia 82mila immigrati regolari, lavoratori provenienti da fuori l’Unione europea. Questo stabilisce il decreto flussi, accompagnando la quantità degli ammessi con un paio di nuove regole. La preoccupazione è che, così come sono state annunciate, non funzionino e, non funzionando, il ricorso agli irregolari e al lavoro nero resti un pessimo rimedio.

La prima osservazione è relativa al numero, che è, più o meno, quello degli ammessi nel corso dell’anno che si avvia alla conclusione. Da un lato, nei conti economici dei governi (plurale, perché oramai è ripetuto da diversi passaggi), la cifra necessaria a tenere in equilibrio i conti previdenziali è più del doppio: 170mila all’anno. Perché si continua a ripetere un cosa e farne un’altra? Sarebbe comprensibile se non vi fosse offerta di lavoro sufficiente, ma è vero il contrario, ovvero non si trova manodopera a sufficienza. Il che porta al secondo rilievo: abbiamo passato la stagione dei raccolti, per limitarci all’agricoltura, sentendo ripetere dalle imprese del settore che non riuscivano a completarli nei tempi stabiliti, per mancanza di persone disposte a lavorare, quindi, visto che quel numero del decreto flussi comprende gli stagionali, tanto varrebbe programmarlo sulla base non delle richieste (che così non si finirebbe più), ma partendo da quel che è mancato qualche mese prima.

La seconda osservazione è relativa alla novità, che per non sbagliare copiamo dal documento ufficiale: <<si prevede che il datore di lavoro che voglia assumere all’estero un cittadino non comunitario, debba verificare presso il centro per l’impiego competente l’indisponibilità di un lavoratore presente sul territorio nazionale a ricoprire il posto di lavoro per il profilo richiesto>>. Quindi, burocratese a parte, la logica è: l’impresa ha bisogno di personale, ritenendo di assumere stranieri; prima di farlo si rivolge al centro per l’impiego, che accerta domanda e offerta; senza quell’autorizzazione, frutto dell’accertamento, non può procedere. Il fatto che si stiano preparando gli <<appositi moduli>> mette i brividi. Perché i centri per l’impiego non funzionano; nessun imprenditore assume stranieri per capriccio; se ci fossero stati connazionali pronti a fare quel lavoro, posto che gli allarmi si susseguono, si sarebbero manifestati. Messa così, quindi, la trafila finirà con il fare arrivare l’autorizzazione a novembre per la vendemmia di settembre, mentre l’immigrato sarebbe in viaggio a Natale, quando si stappa.

Ma messo così, quel meccanismo, serve non a trovare lavoratori, bensì a cancellare sussidiati con il reddito di cittadinanza. Perché la sola cosa che il centro per l’impiego saprà fare è chiamare i sussidiati, prospettare il lavoro, incassare il rifiuto e avviare la pratica per la cancellazione. Che va anche bene (ma non per l’impresa, che del lavoratore ha bisogno ora), se non fosse che cancellando il vincolo della vicinanza capiterà anche che giunga l’offerta di un lavoro a 900 euro al mese, lontano duemila chilometri da casa. Che non ha senso ed è economicamente insostenibile. Non mi commuove il taglio del reddito di cittadinanza, che non avrei mai adottato, ma l’irragionevolezza della trovata.

Il tutto partendo dal solito presupposto pauperistico, secondo cui importiamo solo lavoro a bassissimo grado di formazione e valore aggiunto, mentre invece avremmo bisogno di cercarne di qualificato e ad alto valore. Se mi serve un ingegnere informatico e l’ho trovato all’estero, devo prima chiedere se uno che progetta ponti è disposto a venire da me? Non è ragionevole. Questo genere di scambio equivalente vale solo per manodopera bracciantile. Il che già esclude gli italiani siano interessati (inutile fingere il contrario) e dimostra un’idea dell’Italia che è all’opposto di quella che fa numeri notevoli nelle esportazioni e nella tecnologia. Certo che serve ogni tipo di lavoro, ma per sfoltire l’assistenzialismo parassitario ci sono altri sistemi, senza intralciare chi deve produrre.

 

La Ragione