Quale negoziato

Quale negoziato

Le vie dell’antioccidentalismo sono infinite, ma per lo più vicoli bui. Come mai si può negoziare, si sente chiedere, se l’Occidente non chiarisce cosa intende ottenere? Posto che sarebbe segno di ributtante istinto guerrafondaio volere la sconfitta di Putin. Una via d’uscita occorre lasciargliela. Strano modo di ragionare: Putin ha rifiutato il negoziato e bloccato, quando non mandato a stendere, diversi candidati negoziatori. La guerra l’ha iniziata lui, per giunta con la pretesa che non la chiamassimo guerra.

Ora la colpa sarebbe occidentale, perché non ci decidiamo a negoziare cosa comunque concedergli, ovvero quali pezzi di un Paese terzo si può offrirgli. Non sarebbe un negoziato, ma un cedimento all’invasore, senza alcuna garanzia che non riparta l’invasione, posto che un accordo sull’integrità dell’Ucraina, dopo il disarmo atomico, firmato anche dalla Russia, esisteva di già. Sicché le anime belle sembrano, per lo più, fuggiaschi senz’anima.

Eppure negoziare si deve. Ma su cosa? Sul mondo che sarà dopo la guerra. Il presupposto del negoziato è che l’aggressore non vinca. Ed è grazie all’unità e all’attività dell’Occidente, dalle anime pie descritto come diviso e inerte, che non solo non ha ancora vinto, ma ha fatto dire al suo ministro degli esteri (mescolandolo a un cumulo di ridicole e drammatiche bugie) che la data del 9 maggio non è dirimente, che non sono in grado di celebrare un bel niente, che sono nella palta. Ovvero l’opposto di quel che aveva detto Putin. E questo è un nostro successo. Anche se torce l’anima antioccidentale.

Posto che Putin deve perdere, altrimenti non ci sarà pace alcuna, la sconfitta non basterà, perché ci ritroveremo in un inferno di nazionalismi frustrati, anche in campo ucraino, assai pericolosi per la convivenza civile. Questa è la ragione per cui Putin va conosciuto nei suoi incubi, senza in nulla giustificarlo, come qui a fianco prova a fare Flavio Pasotti.

Il dopo guerra sarà di pace se nessuno attenterà all’integrità e alla sicurezza della Russia. Il che significa rimediare alle conseguenze del loro atto scellerato, evitando che diventi un protettorato cinese (non sfugga il significato dell’avere udito in Cina le parole di un ministro ucraino). I difensori della Russia dobbiamo essere noi, una volta disinnescato il disegno imperialista, rinverdito nell’allucinazione nazimistica, che ha mosso Putin.

Questo comporta non solo che l’Ucraina sia neutrale, ma che l’intera fascia dei Paesi europei orientali non sia considerata ostile alla Russia (come la Russia è stata ed è tornata ad essere ostile a loro). Il che comporta un’autonomia militare europea. Che per noi resterà integrata nella Nato, ma non ne sarà il semplice avamposto. Putin ha provato a far tornare il mondo a prima di Yalta, ma ci sarà pace seppellendo Yalta, quindi gli effetti fossili del secondo conflitto mondiale.

L’equilibrio di pace passa da più Unione europea, più spesa per la difesa, più integrazione in politica estera. Impossibili senza maggiore integrazione energetica, visto che, comunque vadano le cose, lo sganciamento dalla dipendenza russa è essenziale.

Il negoziato non è sulle pretese di Putin, ma sugli equilibri di pace. La Cina non è un fantasma che lui possa agitare, ma un soggetto che noi dobbiamo coinvolgere. E questo comporta un alto livello di coordinamento e unità occidentale. Così come fin qui è stato. Se al negoziato la Russia arriverà essendosi liberata del responsabile della propria rovina, sarà un bene. Ma è una loro faccenda interna. Più sarà Putin a negoziare e meno sarà possibile concedere fiducia.

Il mondo delle democrazie non ha nessuna colpa per quel che succede e facciamo benissimo a sostenere gli ucraini. Noi non abbiamo incubi da placare, ma ideali e interessi da difendere. Per questo dobbiamo essere pronti a cogliere ogni spiraglio di negoziato, per aprire il quale occorre l’esatto opposto della resa e dello sbracamento. Che, a parte l’infamia, distruggerebbe la nostra ricchezza.

La Ragione