Presidenzialismo a destra e sinistra

Presidenzialismo a destra e sinistra

Il presidenzialismo fu di sinistra. All’Assemblea costituente lo chiedeva il Partito d’Azione, con Piero Calamandrei. Fra gli argomenti che usarono c’era la necessità di rendere forte e stabile il governo. Lo chiesero da antifascisti, ricordando che ad aprire la strada alla dittatura aveva concorso la debolezza del governo Facta. Fu poi un antifascista e capo partigiano, Randolfo Pacciardi, a sostenere la necessità di riformare la Costituzione, introducendo il presidenzialismo. Gli diedero del fascista. Nel frattempo era successo che al semipresidenzialismo era approdata la Francia, sotto la guida di Charles De Gaulle, avversato dalla sinistra. Sicché il presidenzialismo era vissuto come di destra. Dovettero passare degli anni perché François Mitterrand incarnasse il presidenzialismo in salsa socialista.

La grande differenza, fra i presidenzialisti di allora e quelli di oggi, è che allora sapevano di cosa parlavano. Oggi si brancola nel buio, prendendo cantonate. Nel programma del centro destra la faccenda è liquidata al primo punto del capitolo istituzionale: «Elezione diretta del Presidente della Repubblica». Fine. Che non significa nulla. (Fra parentesi: al secondo punto si reclama l’applicazione degli articoli 116 e 119 della Costituzione, sul regionalismo, così come, pessimamente, modificati dalla sinistra, nel 2001, e senza il loro consenso).

Non c’è nulla di autoritario in sé, nella Repubblica presidenziale. I sistemi democratici si basano su pesi e contrappesi e sulla condotta di chi li abita, talché in Nord e Sud America hanno effetti opposti. È falso dire che con l’elezione diretta i governi restano in carica per la legislatura e che in quel lasso di tempo le maggioranze non cambiano. Chi vuole averne conferma può studiare un po’ di storia e cronaca francesi o indagare le elezioni di medio termine negli Usa. Il guaio del presidenzialismo populista è che suppone “governare” e “comandare” siano sinonimi, così dimostrando non solo pochezza istituzionale, ma culturale in senso vasto.

Suppongo nessuno di loro voglia un sistema austriaco (che è Stato federale), con elezione diretta di un presidente che ha quasi meno prerogative di quello italiano. Chi lo volesse all’americana, quindi eletto e governante, sarà bene approfondisca la natura degli Stati federali. Potrebbe essere una buona idea per l’Unione europea, di sicuro non per l’Italia. In Francia non solo il presidente non è il capo del governo, ma i governi possono cambiare e il presidente stesso perdere la maggioranza. Quando ci avranno fatto sapere, assieme, di che diamine stanno parlando sarà facile dimostrare la frana della baracca retorica con cui accompagnano la non proposta. Del resto, come Silvio Berlusconi ha ricordato: ne parlano dal 1995, hanno vinto le elezioni e non l’hanno fatto, né hanno messo a fuoco l’idea.

Meloni e Salvini, dopo la pubblicazione del programma, hanno manifestato la preferenza per il sistema francese.Quello in cui le estreme non vincono, il che è singolare. Meloni, per prendere in castagna il Pd, ha ricordato che quello era lo schema della commissione bicamerale D’Alema. Ha ragione, magari farebbe bene a ricordare anche che furono loro, il centro destra, a fare saltare tutto.

Una riforma seria richiederebbe una riscrittura costituzionale profonda. Per funzionare e non inquietare richiederebbe un coinvolgimento di altre componenti parlamentari, in una sede sostanzialmente costituente. Pare la destra sia favorevole, ma devono proporla ora (c’era un disegno di legge predisposto dalla Fondazione Luigi Einaudi), non supporla.

Dall’altra parte, finché la sinistra continuerà a usare le proposte della destra, pur generiche e nebbiose, per dire che sono pericolose e che si opporranno, otterrà il risultato di andare in minoranza per potere fare opposizione, consegnando la gramsciana egemonia alla destra. Non un gran risultato. Fuori le idee, se ci sono. Sia sul metodo che sul merito. Qui le abbiamo più volte indicate e il tempo di convergere è ora.

La Ragione