Piano inclinato

Piano inclinato

O non se ne parla o ci si tiene sul vago. A scorrere i programmi dei partiti sembra che il solo problema legato al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) sia riuscire a spendere i soldi. C’è anche chi, dopo essersi speso nel criticare le istituzioni europee, ma volendo incassare la posta di quei fondi, pensa d’essere ficcante osservando che la parte prevalente è in prestito. Come se fosse un diritto avere regali, posto che ci sono anche soldi regalati, laddove non è un diritto neanche disporre di prestiti a tassi agevolati. Perché quel prestito lo riceviamo a un tasso, quindi un costo, nel tempo, inferiore a quello che paghiamo normalmente. Sottolineare che è un prestito segnala confusione d’idee. C’è dell’altro, a inclinare il piano.

Nel programma del centro destra si legge l’impegno (e vorrei vedere) al <<pieno utilizzo>> dei fondi europei, aggiungendo che, <<in accordo con la Commissione europea>>, taluni aspetti andranno rivisti. A dar voce a questo concetto è stata Giorgia Meloni. Come speso capita, alla ricerca di caratterizzarsi e con gli avversari alla ricerca dell’errore, le cose prendono a torcersi, tanto che Enrico Letta è intervenuto subito dopo dicendo che non si può rivedere l’impianto. Solo i dettagli, aggiunge Paolo Gentiloni, membro della Commissione. Fermi, state discutendo del nulla, perché: 1. che i piani possano essere rivisti, alla luce di cambiamenti intercorsi, è scritto nelle regole; 2. proprio per la natura dei cambiamenti non significa che modifichi il progetto, ma aggiusti l’attuazione; 3. se chi vuole aggiustamenti li propone in accordo con la Commissione, né potrebbe essere diversamente, state dicendo la stessa cosa, con il cipiglio di chi si rimbrotta.

Sarebbe bello e civile un impegno collettivo, coerente con i programmi presentati: affermiamo che chiunque vinca darà attuazione al Pnrr. Non lo diranno, troppo civile. Ma c’è dell’altro, su cui tacciono, che inclina ancor di più il piano.

Il tema non è (solo) quello degli impegni presi con le autorità europee, cui dobbiamo quelle disponibilità, venir meno ai quali sarebbe un micidiale rogo della credibilità nazionale. Il tema è che, fin dall’inizio, è stato chiarito che l’efficacia di quella imponente spesa, per investimenti, dipende dalla capacità e tempestività nell’accompagnarla con le riforme. Ed è qui che siamo messi male.

Perché se, in piena campagna elettorale, si parla di scuola con riferimento pressoché esclusivo a stabilizzazioni e stipendi, se si parla dei quattrini da spendere in digitalizzazione senza aggiungere un pensiero che sia uno sulla didattica digitale (ad esempio la valorizzazione degli insegnanti migliori, socializzando le loro lezioni, o facendo sparire il mercato assurdo dei libri di testo) butta male. Se si parla di fisco per dire che “deve diminuire la pressione fiscale”, concetto vacuo che può essere attributo a diversi, oppure per proporre flat tax con diverse aliquote, che è come volere millepiedi bipedi, o, ancora, per proporre patrimoniali e regalare salari costruiti con meno prelievi, senza una parola su coperture e costi, siamo messi male. Se si parla di pensioni non per equilibrare un sistema che contiene una terribile ingiustizia a carico dei giovani, ma per promettere di poterci andare prima e fregarli meglio, siamo messi peggio.

La politica latita proprio sulla parte di Pnrr che le compete, quella della produzione parlamentare e governativa. Serve a niente e significa anche meno affermare, come si legge in diversi programmi: occorre fare le riforme che gli italiani aspettano da anni. Primo, perché mi devi dire quali e come, chi ci perde e chi ci guadagna. Secondo, perché chi lo scrive si trova in quel posto da lunga pezza, sicché porta la sua parte di responsabilità per il tempo e i quattrini che si sono persi. Molte riforme non si sono fatte perché i “vincitori”, a destra e sinistra, erano diversi e avversari fra loro. Tal quale quello che ripropongono. E il piano diviene scosceso.

La Ragione