Si cambi canale non si cambi ministro. Scrive Benedetto

Si cambi canale non si cambi ministro. Scrive Benedetto

Lo Stato di diritto deve prevalere sempre. Anche (e soprattutto) per chi la pensa diversamente da sé. Per questa ragione, nella querelle Bonafede-Di Matteo, il presidente della fondazione Luigi Einaudi non ha dubbi: meglio cambiare canale tv che il ministro. Lezione di coerenza (da leggere)

Credo che la maniera peggiore per valutare lo scontro Bonafede-Di Matteo durante la trasmissione di Giletti, sia avventurarsi nei retroscena cha da qualche ora condiscono la vicenda. Occorre concentrarsi sui fatti.

Il magistrato di Palermo, senza alcuna motivo apparente, interviene in una trasmissione televisiva per informare i telespettatori, in diretta, che per il ruolo fondamentale nei delicati equilibri di Via Arenula di Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), è stato preferito dall’attuale ministro della Giustizia un altro magistrato. Il ministro Bonafede non trova di meglio da fare che telefonare, sempre in diretta durante quella trasmissione, per ribattere a Di Matteo con argomentazioni per la verità incomprensibili. Di Matteo non fa una piega e ribadisce che resta delle sue opinioni. Lì finiscono i fatti.

C’è un piccolo dettaglio che mi consta personalmente. Quasi tutti gli spettatori, anche quelli più informati, hanno capito che la questione riguardasse la sostituzione di poche ore prima del Capo del DAP nominato da Bonafede, il dimesso magistrato Francesco Basentini, con altro magistrato, il procuratore Generale di Reggio Calabria Dino Petralia. Hanno capito male.

Di Matteo riferiva un episodio svoltosi due anni prima, nel 2018, proprio al momento della nomina di Basentini, allorchè, a suo dire, il ministro lo aveva interpellato proprio per ricoprire quel ruolo delicatissimo e quando, il giorno dopo il primo contatto, il magistrato si era incontrato con lui per comunicargli la sua accettazione, Bonafede aveva fatto marcia indietro. Ci aveva ripensato. Quel posto aveva deciso di assegnarlo ad altri, come poi effettivamente è avvenuto.

Ma il veleno è nella coda. Infatti Di Matteo lascia chiaramente intendere che sul suo nome c’era stato per usare un eufemismo “qualche mugugno” da parte di mafiosi rinchiusi, con il regime ristrettissimo del 41 bis, nelle patrie galere.
Dopo questi episodi, inoppugnabili, alcune osservazioni e una considerazione conclusiva.

Perché il magistrato Di Matteo fa queste affermazioni dopo due anni dai fatti? Perché decide di farle durante un talk show? E, soprattutto, (circostanza poco attenzionata dai mass media) perché li fa a poche ora dalla sostituzione di Basentini con Petralia?

Qui non posso esimermi da citare la frase erroneamente attribuita a Giulio Andreotti, ma la cui paternità è in verità di Pio IX: “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”. Confesso il mio peccato e qui mi fermo, per non coltivare quella scienza oscura che si chiama dietrologia in riferimento alla quale confesso tutta la mia ignoranza. Sono un vecchio avvocato, ormai superato dai tempi e dunque farò un po’ sorridere quando dico che per me ancora vale ancora Charles-Louis de Secondat, Barone di La Brède e di Montesquieu, per il quale: “Les juges ne sont que la bouch qui pronunce le paroles de la loi”. Ma lasciamo perdere, non è questo il tema delle mie odierne riflessioni.

Di Matteo con la sua bocca dice quello che ritiene opportuno, nelle sedi che più gradisce, nei modi e nei tempi che lo qualificano e qualificano il suo dire. Così va oggi il mondo. Non è il mio mondo, ma ne prendo atto. Quello che invece mi preme qui evidenziare, e concludo, è l’assurdo dibattito che si sta sviluppando tra i tifosi di Di Matteo e quelli di Bonafede. Uomini che non hanno mai nascosto una comunanza di ideali. Ideali che, poiché non sono i nostri e da una vita contrastiamo, ci portano a dire a chiare lettere che è sciocca e fuori luogo la richiesta arrivata da più parti di dimissioni del ministro, se ho ben capito per il reato di lesa maestà.

Ho detto, scritto e qui ripeto che per quanto mi riguarda parliamo del peggior guardasigilli della storia dell’Italia repubblicana. Ma chi come me si è formato alla dottrina di qual signore che ho prima citato la divisione dei poteri è l’architrave della democrazia.

Qui non si tratta nemmeno di quel garantismo in nome del quale quelli come me hanno sempre difeso i peggiori manettari quando anche a loro sono capitate disgrazie giudiziarie. Qui si tratta di un semplice e sacro principio in nome del quale se un cittadino/magistrato va in televisione ad accusare un ministro si cambia canale non si cambia il ministro.

I ministri cambiano (e ci auguriamo che l’attuale cambi al più presto) ma lo Stato di Diritto con il suo sistema di separazione dei poteri e di equilibrio tra gli stessi deve essere salvaguardato sempre e comunque.

Così è (se vi pare).