Papini, Prezzolini e Gobetti, irrequieti e bizzosi

Papini, Prezzolini e Gobetti, irrequieti e bizzosi

I sodalizi intellettuali hanno quasi tutti lo stesso andamento: iniziano bene, finiscono male. Il caso più noto è quello dei filosofi prima amici e poi nemici: Croce e Gentile. Ne vogliamo parlare? Lasciamo perdere. Parliamo di un “caso minore” ma non meno significativo: il rapporto ideale e amicale tra Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini. Ce ne dà il destro la ripubblicazione del profilo intellettuale e morale che Giuliano il Sofista alias Prezzolini scrisse di Gian Falco alias Papini e che uscì la prima volta nel 1915 con la Libreria della Voce e che fu riproposto nel 1925 da Piero Gobetti Editore. La seconda edizione del “Giovanni Papini” di Giuseppe Prezzolini è ora in libreria per le eleganti Edizioni di Storia e Letteratura con una Postfazione di Mario Isnenghi che definisce “semplicemente perfido” il ritratto.

Chi fu Papini? Un filosofo, un rivoluzionario, un letterato, un nazionalista, un religioso? Tutto e niente. Un fallito o, per dirla con la sua autobiografia, “un uomo finito”. La sintesi spregiudicata e ingenerosa di Prezzolini: “Papini è essenzialmente un artista. Ciò è vero secondo noi in questo senso che egli è stato parecchie cose oltre che artista: filosofo, patriottardo, rivoluzionario, cattolico ma è un fallito in tutto; resta vivo solo come artista a patto che non faccia peggiorare questa sua qualità col continuare il Dizionario dell’Omo salvatico”. E’ probabile che Papini nello scrivere “Stroncature” si dovette ricordare del suo amico Prezzolini e nella Prefazione, intitolata “Cannibale e Girandola”, diceva che chi vive cambia e se lui era riuscito a far qualcosa nella vita lo doveva alla sua “irrequietezza”. Ecco cos’era Gian Falco: un “irrequieto” e, forse, lo siamo un po’ tutti. La differenza è fatta da come ognuno cavalca la tigre che crede di essere.

Ma in questo profilo di Papini di Prezzolini c’è un terzo incomodo: Gobetti. Fu proprio il giovane editore a voler fortemente pubblicare il testo di Prezzolini. Nonostante non avesse più di lui il giudizio dei primi tempi quando lo vedeva “franco, semplice, pratico, uno spirito libero” e, invece, notava che la “generazione di Prezzolini” ha “anticipato il fascismo” con un certo “futurismo intellettuale”. Eppure, Prezzolini non se la prese e si mostrò sempre cordiale e disponibile, fino all’ultimo, con Gobetti. Del quale nel 1921 osservandone l’inflessibilità diceva: “Del resto di onestà sospettosa verso sé stesso, e quindi a me simpatico. Ma penso che se domani non andassimo d’accordo con lui, mi taglierebbe la testa, se potesse, senza scrupoli. Per onestà”. Non ci fu il tempo.

La Ragione