Ordine infranto

Ordine infranto

Quando la storia produce atrocità è comprensibile la pietà, ma serve la lucidità. La retorica del “tutte le vite hanno lo stesso valore” va bene per i corsi di diritto, per i pulpiti o per multicolori manifestazioni. Ma nel suo essere sicura d’avere ragione non aiuta a capire le ragioni di quel che accade. E capirle è decisivo, se si vuole fermare quel che genera.

Quando sentiamo dire che il mondo è stato in pace, dopo la Seconda Guerra Mondiale, siamo sicuri di star ascoltando chi non sa di che parla. Quando sentiamo che, fino al 24 febbraio scorso, la guerra non aveva più lambito le terre d’Europa, sappiamo che la memoria non è il forte di chi sta parlando. Basti pensare alla guerra nei Balcani, con i suoi 43 m3si di assedio a una città e più di 250mila morti. La guerra non solo c’è stata, ai nostri confini, ma vi abbiamo anche preso parte.

Eppure Kiev non è Sarajevo, c’è una profonda differenza che non ha nulla a che vedere con la quantità di crimini commessi e di vite massacrate. La differenza è politica e rende gigantesco il problema aperto da Putin. Imperdonabile la sua responsabilità. E se appellarlo con il mestiere di chi squarta carni animali risulta offensivo, lo è per chi fa quell’onesto mestiere.

A Sarajevo, il quel malefico 1992, si assisté a un rigurgito di incubi passati. Che erano stati sopiti, ma non risolti. Un incubo generato da patologie storiche che la storia non aveva disinfettato e la volontà di rivalsa e vendetta aveva infettato. Le stragi, le violenze, i crimini, andarono avanti a lungo, nella cieca volontà di affermare il dominio accampando ragioni di fede e razza. Ma la natura di quello spurgo era concentrata in un’area e in una storia.

Se i capi di quell’orrore li si poté processare e condannare è perché li si poté separare dalla storia di quei Paesi e di quelle genti. La comunità internazionale non si distinse per prontezza e resta la vergogna di Srebrenica, con i caschi blu dell’Onu che si allontanano e la popolazione civile abbandonata agli aguzzini. Ma, sebbene tardi, un intervento risolutore armato fu possibile, senza mettere in pericolo equilibri. Quella guerra fu un cancro asportabile chirurgicamente, perché localizzato e bloccabile.

Kiev è una questione diversa. Anche qui ci sono flatulenze intestinali di storia non digerita. Aspirazioni imperiali che passano dalle mani zariste a quelle comuniste per finire in quelle nazionalnazimistiche, come anche la convinzione che la potenza russa sia la sua plebe ossequiente e quasi desiderosa di dolore, morte e fame, pur di coronare il sogno del regnante che mai provò nulla di ciò. Ma ancora si sarebbe sul livello di carnefici alla Milosevic o Karatdzic, tutto sta a farli fuori.

Kiev è diversa perché a rompere l’ordine internazionale è uno dei soggetti che quell’ordine ha in custodia, dal 1945. L’ordine non è pace o benessere, ma un sistema di equilibri e potenze. Invadendo l’Ucraina Putin l’ha infranto e se ne è messo fuori. Per fermarlo serve la forza, proprio perché lui ha cancellato il diritto. Ed è questa la ragione per cui non è solo moralmente sano, ma politicamente opportuno fornire armi alla resistenza ucraina.

Possiamo sforzarci di credere a noi stessi quando diciamo che Putin non è la Russia e i russi non sono Putin. È vero, ma vale per tutti. Dietro quell’affermazione c’è la sollecitazione e la speranza che i russi lo rimuovano. Magari. Ma dietro c’è anche un problema enorme: uno dei contraenti di Yalta ha fatto saltare Yalta puntando a cancellare la storia dal 1989 in poi, sicché sconfiggerlo significa anche ridescrivere l’ordine internazionale, ripristinando i principi che Putin ha infranto.

A sconfiggere i Russi è bastevole il coraggio degli ucraini e gli aiuti militari degli occidentali. È già in una pozza che si trasformerà in pantano. Ma per ridefinire un ordine serve coinvolgere anche chi fa finta di volere solo guardare, come la Cina. E, ancora una volta, come sempre, conterà la forza potenziale. Anche per salvare l’anima delle anime belle.

La Ragione