Midterm

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Oggi si vota in America e, come la storia ci insegna, gli equilibri politici statunitensi hanno riflessi fuori dagli Usa. Ecco perché.

Gli equilibri politici statunitensi si riflettono sul resto delle democrazie e sul mondo. Non è una scelta, voluta dai “servi degli amerikani”. È il frutto della storia: in Europa italiani e tedeschi scelsero il nazifascismo; quell’ideologia contagiò fino il Giappone; l’Unione Sovietica di Stalin favorì l’espansionismo di Hitler, a patto di avere per sé un pezzo dell’Est; con la Francia occupata l’estrema opposizione al nazifascismo fu inglese, ma troppo debole; l’intervento Usa e lo scatenarsi dell’invasione della Russia, cambiò natura e sorti della guerra. E cambiò il dopoguerra. Ecco perché gli equilibri politici statunitensi hanno riflessi fuori dagli Usa. Quel che, visto con gli occhi europei, è più difficile da capire è che gli elettori americani votano senza considerare granché la politica estera.

Oggi si vota, negli Stati Uniti. La presidenza Biden non è in discussione, avendo ancora due anni di mandato, ma è in bilico la sua maggioranza parlamentare. Non è la prima volta che il presidente in carica si trova in questa condizione né i precedenti ci dicono che ciò determina la futura corsa presidenziale. Ma una cosa sarà confermata: quella democrazia è divisa e le due parti si estremizzano sempre di più. Si tratta di un fenomeno presente in molte altre democrazie, compresa la nostra. E mentre i (diversi) sistemi costituzionali ed elettorali assicurano la legittimità dei governi in carica, sarebbe stolto non vedere che società libere e complesse non si governano con una metà contro l’altra.

I sistemi solidi hanno pesi e contrappesi che aiutano a gestire conflitti anche duri, senza che si perda lo Stato di diritto. È il migliore sistema mai esistito, il più bello, il segno di una superiorità (esatto: superiorità) culturale e civile, ma è anche delicato. Se da dentro se ne erode la credibilità, se gli sconfitti si mettono a dire che il risultato non è valido, se si fa appello alla piazza contro la rappresentanza, se si nega il compromesso parlamentare, alla lunga il prezioso giocattolo si sfascia. È più facile capiti in Brasile che non negli Usa, ma è difficile negare che quel modo di interpretare la politica mette veleni in circolazione.

Le democrazie funzionano splendidamente non quando tutti la pensano allo stesso modo (che orrore), ma quando pensandola in modi assai diversi si prova a vincere le elezioni conquistando pezzi del consenso altrui. Per dirla in modo rozzo: va benissimo che esistano la destra e la sinistra – parimenti legittime se democratiche – ma il sistema non si polarizza se per vincere si coniugano le proprie idee con gli interessi e i sentimenti degli elettori che non sono né reazionari né rivoluzionari, se ci si muove verso il centro. Il guaio delle democrazie, oggi, è che troppi dei loro interpreti puntano a raccogliere i voti sventolando non idee, ma identità. Nel migliore dei casi saranno poi trasformisti, nel peggiore irrigidiranno il sistema, rischiando di spezzarlo.

Gli schieramenti internazionali li ha ora sistemati Putin, scatenando una guerra suicida che non ha neanche il coraggio di definirsi guerra. Il nostro stesso governo è frutto di quella scelta. L’indiscutibilità dell’atlantismo (fino al giorno prima discusso eccome, a destra e a sinistra) deriva da quel conflitto. Ma è triste dipendere dall’aggressione altrui.

L’atlantismo non è discutibile, perché ne va della sicurezza dell’Italia e dell’Europa intera. Il che, però, comporta risentire molto degli equilibri politici statunitensi, dove gli elettori votano senza neanche pensarci. Per questo gli atlantisti saggi, dopo il secondo conflitto mondiale, avviarono il cammino dell’integrazione europea. Utile a trattenere la grandeur francese, le tentazioni mediterranee italiane, l’isolazionismo inglese e a smontare i mostri della storia tedesca. Ha funzionato. Si fatica ad ammetterlo e a capire quanto, ma ha funzionato alla grande. Faremmo bene a ricordarcene quando, fra qualche ora, saremo spettatori assai interessati del voto americano.

La Ragione