Mes… saggio

Mes… saggio

La giostra del Colle, ad un certo punto, si fermerà. Come capita ai bimbi che hanno eroicamente cavalcato l’equino di legno o spericolatamente guidato la decappottabile che non cappotta, una volta finito il ruotare sarà chiaro d’essere esattamente al punto di partenza. I problemi seri saranno ancora lì, semmai indispettiti dall’essere stati trascurati.

Quel che accompagna la stagione iniziata con il governo Draghi e quest’animazione della comitiva presidenziale è la sgradevole sensazione che la politica politicante preferisca non averci molto a che fare, con i problemi da affrontare. Sensazione aggravata dal concorrere dell’informazione, attardatasi a ripetere gli errori del passato. Lo si vede, ad esempio, nel modo in cui si descrive il dibattito europeo sulla riformulazione del patto di stabilità, ovvero delle comuni regole di bilancio pubblico, lo si vede nel ricorre di concetti come “Europa divista” e nello svolazzare di “falchi e colombe”. Salvo poi relegare fra le righe nascoste la faccenda del Mes, Meccanismo europeo di stabilità, di cui si straparlò e ora ci conviene non solo approvare, ma plaudire. Guardiamo alla sostanza.

Non c’è nessuno che non veda la necessità di ridurre i debiti pubblici, considerato che il nostro è patologico e nuoce gravemente alla salute economica dell’Italia. Chi negasse quella necessità non sarebbe una colomba, ma un tordo. Quella necessità di riflette nelle previsioni, visto che il governo in carica ha in programma una diminuzione del debito in rapporto al prodotto interno lordo. Al tempo stesso, però, non c’è nessuno che non veda l’impossibilità di farlo secondo le tempistiche e le regole del vecchio patto di stabilità. Chi lo pretendesse non sarebbe un falco, ma un avvoltoio. Poste queste due evidenze, si ragiona sulla possibilità di distinguere all’interno della spesa pubblica e della sua capacità di generare deficit, quindi poi debito, non mettendo sullo stesso piano la spesa corrente improduttiva, quella generata dalla stagione della pandemia e quella necessaria per gli investimenti.

È naturale, giusto e sano che esistano opinioni diverse, anche perché esistono condizioni ed interessi diversi. Questo è un bene, mica un male. Mentre è stolto non vedere che, nell’unità, si è già fatto un passo decisivo e a suo modo rivoluzionario, generando debito europeo. Tra parentesi: siamo quelli che più ne beneficiamo, talché si torna alla condizione che preesisteva alla riforma dei Trattati che avviarono l’Unione europea, con l’Italia che non è un contribuente, ma un prenditore netto, ovvero riceve più di quel che versa, ma c’è poco da rallegrarsi, perché questo deriva dalle nostre arretratezze e difficoltà, non dalla destrezza e capacità, e, del resto, prima di tornare a ricevere ci conveniva alla grande pagare per esserci, perché ne ricavavamo il più grande mercato interno per le nostre esportazioni e un crollo del costo del debito pubblico. Chiusa parentesi, prima che qualche stolto riprenda a dire le sciocchezze con cui ci ha lungamente ammorbato.

Il debito comune è stato un grande passo, ma non basta. E qui il Mes torna prezioso, perché potrebbe lì riparare, federalizzandolo, il debito cresciuto durante la pandemia, nel mentre si divide spesa corrente da investimenti e già si alimentano i secondi con responsabilità e tassi comuni. Un passaggio epocale. Che per noi comporta anche un inedito asse con i francesi.

È da questa roba che dipende il futuro prossimo ed è per questa roba che la nostra affidabilità non si misura solo sul Colle e in un paio di settimane, ma per qualche anno nel governare. Lo so: nessuno dei partitanti intende leggere queste righe. E li capisco, anche.

La Ragione