Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani

Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani

“Apertura” è stata la parola d’ordine a palazzo della Consulta sotto la sua presidenza. Lasciarsi conoscere, ha dichiarato, fa parte dei doveri di trasparenza di un’Istituzione. In che modo la Corte sta perseguendo questo obiettivo?
Farsi conoscere è un dovere delle Istituzioni. Direi di più. È doveroso farsi comprendere dai cittadini: far comprendere, cioè, che cosa, come e perché si decide. È esperienza diffusa, specie in questo momento storico, che ogni decisione presa nelle Istituzioni incide in modo molto significativo sulla vita dei cittadini, ed è quindi fondamentale che si spieghino con chiarezza i contorni delle decisioni e le ragioni che le supportano. Ciò che è in gioco in questa conoscenza reciproca è il tema della fiducia nelle Istituzioni, e la fiducia è una linfa vitale per tutto il sistema istituzionale. La fiducia, lo sappiamo bene dalle nostre esperienze personali, si costruisce molto lentamente, ma può essere distrutta molto in fretta. Ma è un bene di cui le Istituzioni non possono fare a meno. Tuttavia, è bene chiarire che la fiducia non coincide con il mero consenso: si può avere fiducia nelle Istituzioni anche a fronte di decisioni che richiedono qualche sacrificio, se questo è orientato a uno scopo condiviso, chiaro e ragionevole.

Un grande esempio in tal senso è rappresentato dal Presidente Mattarella.
Indubbiamente. Mi aveva colpito che uno dei primi gesti dell’attuale Presidente della Repubblica fosse stato quello di aprire il palazzo del Quirinale alla visita dei cittadini, dando seguito a quanto aveva dichiarato in occasione del suo insediamento, che il Quirinale dovesse essere la casa degli italiani, un ambiente in cui tutti potessero riconoscersi e rispecchiarsi. Ecco, quel suo gesto simbolico doveva essere raccolto e declinato. La Corte costituzionale non è il Quirinale e ha una difficoltà in più, che è costituita dalla tecnicità del suo linguaggio e dal suo pronunciarsi attraverso le sentenze. Per compensare questa difficoltà di linguaggio, anche prima della mia presidenza si era quindi avviato un percorso di apertura alla cittadinanza. Innanzitutto, la Corte ha rafforzato molto i suoi rapporti con i media, attraverso comunicati stampa, conferenze stampa, podcast, presenza del presidente e dei giudici su giornali e trasmissioni televisive, al solo scopo di far conoscere e far comprendere l’attività della Corte.

Con le limitazioni imposte dal Covid ha dovuto interrompere il suo viaggio verso le scuole e le carceri.
La Corte aveva intrapreso, cosa che si è dovuta interrompere per le evidenti circostanze sanitarie, un viaggio tra la gente. Nelle scuole, anzitutto. Negli ultimi anni, la Corte ha raggiunto le scuole in ogni regione d’Italia. In seguito, aveva preso avvio uno straordinario viaggio nelle carceri, che ha portato i giudici nei luoghi più remoti, più nascosti, forse più rimossi della vita sociale. Questo è stato molto importante, perché ogni visita era preparata da un grande lavoro di riflessione ed era poi seguita da una continua attenzione alla Costituzione e alla Corte costituzionale. Altre cose si faranno. Non spetta più a me, ma credo che la strada intrapresa sia proprio quella giusta.

La seconda parola d’ordine della sua presidenza è stata “cooperazione”. La piena attuazione della Costituzione ha richiesto e continua a esigere una collaborazione attiva e leale di tutte le Istituzioni. Come si combina la cooperazione istituzionale con la separazione dei poteri?
Astrattamente parlando, cooperazione istituzionale e separazione dei poteri sembrano due principi in contraddizione l’uno con l’altro, ma se ci pensiamo bene l’uno esige l’altro. Proprio perché ciascun potere ha una porzione delimitata di ambito decisionale, è necessario che ci siano dei raccordi, dei momenti di collaborazione, altrimenti ciascuno andrebbe per la sua strada provocando una mancanza di coordinazione se non addirittura una contraddittorietà delle decisioni. Tutto il nostro sistema istituzionale è basato su questi snodi di raccordo e coordinamento, a partire dal fondamentale rapporto tra Parlamento e Governo che si fonda, in una forma di governo parlamentare come la nostra, proprio sul rapporto di fiducia, che è infatti il termine tecnico adottato dall’articolo 94 della Costituzione: il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

La cooperazione è risultata ancor più importante nei mesi di pandemia.
Esattamente. Che questo sia un punto cruciale per la vita delle Istituzioni e per l’andamento della cosa pubblica, lo vediamo in questa particolare circostanza: siamo di fronte ad una crisi molto complessa, che investe molteplici ambiti della vita sociale. Se non ci fosse coordinamento, non solo tra le Istituzioni politiche centrali, ma anche tra quelle centrali e locali, come Regioni e Comuni, oppure tra Istituzioni politiche e strutture tecnico-scientifiche, o ancora tra le stesse autorità politiche, le forze dell’ordine e le autorità sanitarie, se ognuno andasse per la sua strada il risultato provocherebbe un disorientamento dei cittadini, e l’azione per il bene comune diverrebbe molto meno efficace. Dunque, ciascuno fa il suo, ma una crisi così complessa richiede un’azione corale.

È la prima volta nella storia della Repubblica che si registrano delle compressioni dei diritti costituzionali in modo così ampio e prolungato. Il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri. È presente in Costituzione una gerarchia dei diritti, seppur tutti fondamentali, da tutelare in modo prioritario?
I diritti individuali non sono mai assoluti, e questo vale sempre e non solo nelle situazioni di emergenza, nella nostra Costituzione come in tutto il panorama costituzionalistico contemporaneo. Proprio perché viviamo in rapporto con gli altri, e noi stessi siamo portatori di esigenze complesse, nessun diritto è mai assoluto. Tutti vanno bilanciati. Le parole d’ordine nella giurisprudenza costituzionale, e in generale nelle corti dei diritti, sono bilanciamento, ragionevole limitazione, proporzionalità, adeguatezza. Che cosa significa? Che il legislatore, o chi altri abbia il compito di prendere decisioni che implichino il sacrificio dell’uno o dell’altro diritto, deve tenere conto del quadro complessivo delle esigenze in gioco. No dunque a gerarchie predeterminate, non c’è mai un diritto che in assoluto prevale sugli altri. Tutti vanno ponderati, cioè un po’ limitati, per preservare il nucleo essenziale di ciascuno di essi.

Un delicato gioco di equilibri tra diritti fondamentali.
Si, ecco perché vediamo che anche nel corso della pandemia è un continuo riadattamento delle regole, perché non esiste una formula che ci dice esattamente quanto si possano limitare il diritto alla salute, la libertà di circolazione o la libertà economica in astratto. Il difficile compito di chi ha responsabilità pubbliche è valutare, nella condizione concreta data, quali siano le restrizioni necessarie e verificare sempre che esse siano proporzionate rispetto allo scopo; e soprattutto interrogarsi se esistano strumenti meno restrittivi che perseguano gli stessi obiettivi.

Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale, promosso dalla Fondazione Einaudi, sulla riduzione lineare del numero dei parlamentari. La riforma è passata, al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione.
La riforma, prima che con referendum, è passata in Parlamento con un ampio consenso espresso nei numerosissimi voti favorevoli. Alla Camera la quarta e ultima lettura ha avuto un sostegno molto robusto da parte di tutte le forze politiche, e la successiva partecipazione alle urne in supporto alla riforma è stata elevatissima. Si tratta di una riforma che nell’agenda politica era presente da molto tempo. In Italia si parla ormai da quasi quarant’anni di riforme istituzionali, sin dagli anni ’80 con la prima commissione Bozzi, e spesso si tratta di riforme che riguardano le Istituzioni politiche e il Parlamento in particolare. Vero è che quelle riforme non hanno avuto successo, molte si sono fermate addirittura in Parlamento, mentre altre sono state respinte alla prova del referendum popolare, ma erano riforme che incidevano ad ampio spettro sul testo costituzionale. La Costituzione è stata ritoccata tante volte, ma indubbiamente le riforme che hanno avuto più successo sono state quelle che avevano un oggetto chiaro e delimitato. Forse, anche con l’ultima riforma, è stato determinante che il quesito risultasse comprensibile per la popolazione.

Che segnale possiamo cogliere?
In questo caso la riduzione del numero dei parlamentari faceva parte di una riflessione sul Parlamento, segnalata già da molti studiosi e politici, volta a rafforzare la struttura parlamentare, riducendo il numero dei suoi componenti e valorizzando il ruolo del singolo parlamentare, allo scopo di rendere più efficiente e incisiva l’azione del Parlamento stesso. Nel passato, questa proposta è stata sempre accompagnata da una riflessione sul bicameralismo perfetto, cioè sulla possibilità di differenziare i compiti delle due camere. Questo aspetto non è entrato nella riforma che è stata approvata e si è ritoccato solo il numero dei parlamentari. Tuttavia, molti hanno notato che questo primo passo potrebbe aprire la strada ad ulteriori passaggi per altre riforme che da tanti sono state segnalate come necessarie per rendere più efficace il nostro sistema istituzionale democratico.

Una terza parola d’ordine, a lei particolarmente cara, è “riconciliazione”. Cosa intende quando dichiara che la giustizia deve avere sempre un volto umano?
Partirei da una considerazione, tanto banale quanto sovente dimenticata. Il delitto colpisce sempre qualcuno, sia esso un individuo, un gruppo o anche l’intera comunità. Dietro le regole violate, dietro la legalità violata, ci sono dunque persone che vengono ferite. Se partiamo da questa semplice constatazione è evidente che lo scopo del diritto penale non è tanto quello di aggiungere violenza alla violenza, forza alla forza, di chiedere occhio per occhio. Queste sono concezioni arcaiche del diritto penale, superate nella stessa antichità dalla cultura dalla quale veniamo, nel passaggio dalle Erinni, le dee della vendetta, alle Eumenidi, personificazione di quell’esercizio della giustizia che porta al bene della società. Questa pace, questa armonia sociale, credo che siano l’obiettivo da non perdere mai di vista, ed è lo stesso scopo enunciato in maniera inequivocabile dall’articolo 27 della Costituzione: il fine della pena è la rieducazione del condannato. Se può essere necessario fermare anche con l’uso della forza determinati fenomeni criminali, si tratta pur sempre di un passo intermedio, ma l’obiettivo finale resta sempre quello dell’armonia sociale, una conquista di civiltà che come tutte le conquiste di civiltà va riconquistata giorno per giorno. Ce l’ha insegnato la saggezza dell’antica Grecia, e anche oggi a quelle origini dobbiamo sempre ritornare, perché sono sempre in agguato la tendenza e l’istinto a cedere alla reattività di fronte ai pericoli per la sicurezza personale e sociale.

I processi troppo lunghi, come sono quelli italiani, finiscono per essere un anticipo di pena?
Certo, le garanzie dell’imputato nel processo penale vanno tenute in grandissima considerazione a partire da un altro pilastro del nostro sistema penale, stabilito dalla Costituzione, dove, sempre all’articolo 27 si afferma la presunzione di non colpevolezza dell’imputato. Questo significa che fino al momento in cui sia stato provato il contrario con sentenza definitiva, la persona deve esse considerata non colpevole, non soltanto per il diritto, ma anche per l’opinione pubblica.

Lei è tornata all’Università, dai suoi studenti. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha dichiarato su queste colonne che, a causa della pandemia, rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?
Questa riflessione è molto importante. Io mi sento privilegiata nell’essere tornata all’educazione, all’istruzione, alla formazione delle nuove generazioni proprio in questo momento. Tutti ci siamo accorti che la pandemia ha innescato una crisi sanitaria che a sua volta ha provocato una grande crisi economica i cui effetti saranno chiari solo nel lungo periodo. Ma c’è anche, e secondo me è molto preoccupante, una crisi esistenziale che colpisce soprattutto i giovani. Noi viviamo in un’atmosfera di insicurezza e aleatorietà totale. Non sappiamo alla mattina quello che potremo fare alla sera. Immaginiamo che impatto tutto questo ha sulle persone che sono nella fase della vita in cui si immagina, si progetta e si lavora per il futuro, per il proprio posto nel mondo. Noi adulti non riusciamo ad immaginare che cosa fare da qui a quindici giorni, immaginiamo con quali energie i giovani possono dedicarsi alla costruzione della loro professionalità, della loro personalità dentro uno scenario in continuo movimento. Io credo che questa insicurezza totale vada accompagnata, e che sia responsabilità delle generazioni che più hanno avuto – e noi abbiamo avuto moltissimo nella nostra vita – sostenere questi giovani ed essere per loro dei punti di riferimento.

Cosa deve offrire l’insegnante in un frangente come quello attuale?
In una recente occasione, all’Istituto Sant’Anna di Pisa, ho avuto modo di riflettere su questo tema rievocando una delle immagini della cultura in cui tutti ci siamo formati. Ricorrono nel 2021 i settecento anni dalla morte di Dante. La Divina Commedia si apre in questo grande buio, in questa grande crisi, nel mezzo del cammin di nostra vita, nella selva selvaggia. Che cosa rimette in moto una generazione colpita da una oscurità di questo genere? È l’arrivo del maestro, di Virgilio, di colui che è un po’ più avanti nel cammino e che, tendendo la mano e mettendosi in cammino con il giovane Dante, lo porta attraverso questa grande percorso della conoscenza che è figura della più grande avventura umana. Ecco, io credo che noi siamo chiamati a questo: a dare tutto ai nostri giovani. Sulle loro spalle graverà il compito della ricostruzione di questa società provata, ferita dalla crisi. Noi dobbiamo essere lì a dare loro quel sostegno, a consegnare loro quello che a nostra volta abbiamo ricevuto e imparato. Insomma, in una parola, secondo me la priorità tra tutte le priorità è per le giovani generazioni, per la loro educazione, per la loro istruzione, per la loro possibilità di generare futuro. Un patto intergenerazionale che dobbiamo prendere sul serio.

L’uscita del Regno Unito dall’Europa, sebbene non nelle forme rudi che pure si sono rischiate, può essere un monito per i giovani, perché guardino con rinnovata fiducia all’Europa senza la quale probabilmente non saremmo riusciti e non riusciremmo a superare questa crisi dovuta alla pandemia?
È così. L’Europa degli ultimi mesi sembra proprio avere riscoperto lo spirito delle origini, lo spirito per cui, di fronte ad una grande crisi, ad una grande devastazione com’era stata quella della Seconda guerra mondiale, si è scoperto il senso di solidarietà concreta che ha permesso tutti questi decenni di pace e di prosperità sul continente. L’Europa del Next Generation EU è un’Europa che, grazie ai fatti concreti che è riuscita a mettere in campo, sta di nuovo dando il meglio di sé e mostrando ai nostri giovani come il nostro orizzonte di vita sia ormai di nazionalità iscritte nel contesto europeo, proprio nello spirito delle origini e degli inizi. Se c’è uno spiraglio di luce e di ottimismo in questo momento così buio, a me pare che venga proprio dall’Europa. Per i nostri giovani l’Europa era già naturalmente l’orizzonte di vita. Oggi è ancora più chiaro che il futuro è quello di essere italiani in Europa.

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