Mario Draghi e la verità sullo spread

Mario Draghi e la verità sullo spread

Carlo Cottarelli è una persona seria. Ieri, in un’intervista, ha detto che la spesa per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico è già salita di un miliardo per quest’anno e crescerà di cinque miliardi nel 2019. E su questo ci sono pochi dubbi. Ogni settimana il Tesoro si presenta sugli odiati mercati per offrire la sua merce. E nell’ultimo periodo i tassi a cui deve vendere Bot e Btp sono aumentati. Sono quattrini che passano dalle tasche dei contribuenti a quelle degli investitori che comprano, per fortuna, titoli del nostro debito. Poi però, a precisa domanda sulle colpe di questo rialzo, risponde: «Ci sono componenti esterne, come la crisi turca, ma l’aumento dello spread è anche la conseguenza delle dichiarazioni di questo governo, che hanno promesso tantissimo».

Consigliamo vivamente all’opposizione al governo giallo-verde, per quello che conta, di non indirizzarsi su questa strada, per una serie di motivi che andiamo ad elencare. Alcuni specifici, altri di tipo generale. Partiamo dai primi.

1. Lo spread, che poi non è altro che un termometro sul livello dei tassi, aumenterebbe per le promesse del governo. Secondo lo stesso Cottarelli quella più onerosa per le finanze pubbliche (50 miliardi) sarebbe quella della flat tax. Ebbene se al governo ci fosse un monocolore salviniano o anche un’alleanza di centrodestra, la promessa di introdurre una tassa piatta non solo sarebbe ancora presente, ma probabilmente più realizzabile.

2. I mercati considerano il rischio Paese, ovviamente. Ma come dice lo stesso Cottarelli, ci troviamo in una piccola tempesta internazionale. I mercati crescono da anni, e come spesso accade cercano una scusa per uscire e realizzare i profitti. La crisi turca è un catalizzatore. Quella sudamericana è sempre lì, minacciosa. Come nel 2011, l’innesco fu la crisi greca. Che faceva parte dell’euro, ma la cui economia non valeva che una frazione di quella di Ankara. Insomma quando le tempeste si avvicinano, i detentori di titoli pubblici vanno sul sicuro, e si liberano di coloro che possono, geneticamente, avere più probabilità di essere contagiati.

Queste due obiezioni sono comunque di dettaglio. La vera grande questione – riguardo al ragionamento di Cottarelli e alla tentazione che l’opposizione lo cavalchi – è di tipo più generale. E serve fare un passo indietro. Quando nel 2011 il governo Berlusconi dovette passare la mano a quello Monti, i titoli pubblici a dieci anni erano arrivati a rendere il 7,5% (spread a quota 550 con i Bund tedeschi). Dopo un anno di riforme Monti, cioè a luglio del 2012, sapete, tra altalene varie, quanto rendevano i soliti Btp? Sempre più del 7% (con spread superiore a 500 punti base). Insomma il governo dei «prof» aveva calmato i giornali, ma non i mercati.

Il 26 luglio Mario Draghi, il governatore della Banca centrale europea (quella che in ultima analisi stampa euro) pronuncia una frase sconvolgente. Ricordiamola: «La Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per proteggere l’euro. E credetemi sarà abbastanza». Neanche John Wayne. L’atteggiamento era quello del pistolero, che però aveva in mano un bazooka. Ha stampato moneta e con quella ha comprato titoli di Stato di tutti i Paesi europei. L’Italia gli ha venduto merce pubblica per più di 300 miliardi.

E arriviamo al punto che ci interessa: nei prossimi mesi la Bce rallenterà gli acquisti. Le banche non possono sostituirla, perché le nuove regole glielo impediscono. E, ciliegina sulla torta, nel 2019 Draghi lascerà il posto, con molta probabilità proprio a quei tedeschi che gli contestavano di avere sfoderato l’arma finale. Ebbene questo scenario è quello che preoccupa i mercati: «Senza l’aiuto di John Wayne dove può andare l’Italia?». Di Maio o non Di Maio.

Nicola Porro, Il Giornale 4 settembre 2018