L’Unione Europea e il rischio di essere un amaro rimpianto

L’Unione Europea e il rischio di essere un amaro rimpianto

L’Europa in generale, con l’Italia in prima linea, da alcuni anni a questa parte, è attraversata da un crescente moto di euroscettiscismo, quando non di vera e propria tendenza disgregativa.

Fino a quando -nel giugno del 2016- il 52% degli abitanti del Regno Unito votarono per uscire dall’Unione Europea, l’Europa Unita sembrava una conquista definitivamente acquisita. Fu quel democratico campanello d’allarme che incrinò il sogno europeista e diede ulteriore forza ai movimenti euroscettici.

Dal 2016, infatti, soprattutto in Italia, i movimenti euroscettici crebbero vistosamente e conquistarono la maggioranza assoluta dei consensi espressi per il rinnovo della Camera dei Deputati nelle ultime elezioni politiche del 2018. Lega e M5S, infatti, insieme raggiunsero il 50,03% dei voti validi per la Camera dei Deputati, un po’ meno al Senato.

Questa tendenza, comunque, dal 2016 ha attraversato tutta l’Europa, in Francia è cresciuto il Fronte di Marie Le Pen, in Ungheria Viktor Orbàn è divenuto primo ministro e da poche ore ha assunto pieni poteri, grazie ad un voto allucinante del parlamento, ma nessun paese membro può dichiararsi immune da questa tendenza. Certo, in alcuni stati, l’euroscetticismo si ferma sotto al 20% (Bulgaria, Estonia, Irlanda, Lituania, Polonia, Romania) ma negli altri, ovvero in quelli più popolosi e soprattutto in quelli con il PIL più alto, i numeri sono divenuti davvero preoccupanti. In questo contesto, la terribile epidemia di Covid-19 rischia di agire come un acceleratore di queste tendenze disgregative.

I provvedimenti legislativi e amministrativi (sic!) che hanno sostanzialmente messo in quarantena l’Italia, così come è accaduto anche a Francia e Spagna, potranno riguardare, a brevissimo, molti altri paesi europei. Le conseguenze economiche e sociali di questi provvedimenti sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti, migliaia di imprese, piccole, medie e grandi, sono letteralmente in ginocchio e le misure, annunciate come salvifiche dal presidente del consiglio dei ministri Conte, rischiano di rivelarsi dei pannicelli caldi, buoni a lenire qualche fastidio ma certamente non utili a curare il malato.

Se le misure restrittive dovessero perdurare ancora per parecchio tempo, come sembra, potrebbero non bastare interventi straordinari per sostenere l’economia. L’ex presidente della BCE, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times ha affermato che, in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, serve cambiare marcia a livello europeo. Servono maggiore e reciproco sostegno tra gli stati europei, un radicale cambio di mentalità dei popoli e dei governanti, le banche e i governi dovranno fare la loro parte e tutto questo deve avvenire adesso, non possiamo perdere ulteriore tempo.

In questi giorni, si susseguono le notizie di assalti ai supermercati. Fatti drammatici e criminali, certo, che tuttavia potevano e dovevano essere previsti dal Ministro dell’Interno e dal Governo. Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che in molte città italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, dopo oltre venti giorni di forzata reclusione domestica, senza possibilità di lavorare e senza alcun introito finanziario, migliaia di famiglie non avrebbero più avuto di che sfamarsi e, alcune di queste, avrebbero rischiato la galera piuttosto che morire di fame.
In questo contesto, il presidente del consiglio dei ministri Conte, come in un grande fratello televisivo, quasi quotidianamente entra nelle case degli italiani con “monologhi alla nazione”, nei quali rassicura per la tenuta dello Stato, annuncia l’erogazione di (pochi) miliardi di euro, ma si rivela incapace di placare il malessere generale.

In pratica, si sta facendo l’esatto contrario di quanto suggerito da Mario Draghi e lo si sta facendo anche lentamente, a più riprese, con un costante flusso di DPCM, nei quali si procede con continui aggiustamenti che, ovviamente, giungono sempre intempestivi ed insufficienti. L’immagine che se ne ricava, purtroppo, è tutt’altro che rassicurante.

L’attuale presidente della BCE Christine Lagarde, sulle orme del suo predecessore, pur dichiarandosi contraria agli Eurobond ha rafforzato il programma di acquisti di titoli pubblici e privati sul mercato e ha adottato misure per offrire liquidità a condizioni estremamente vantaggiose per le banche per spingere a fare credito a imprese e famiglie. Ma le banche, soprattutto quelle italiane, sono ingessate da meccanismi burocratici introdotti per evitare l’aumento di crediti inesigibili e, senza una garanzia statale, non potranno erogare un solo euro dei miliardi di liquidità messi a disposizione dalla BCE.

In questo contesto socio-politico, il presidente Conte, spalleggiato da Emmanuel Macron e Pedro Sánchez ha chiesto, nel corso del Consiglio straordinario tra i capi di Stato e di governo europei del 26 marzo, misure straordinarie per fare fronte alla drammatica situazione, in pratica ha chiesto l’emissione degli Eurobond o Coronabond, titoli obbligazionari europei, quindi garantiti dall’Unione Europea e non dai singoli stati, attraverso i quali sarebbe possibile finanziare adeguatamente la grave crisi economica in atto.

Dall’altra parte della barricata, i paesi del Nord, spinti da Olanda e Austria, con il pieno sostegno della Germania, sono contrari a qualsiasi ipotesi di Eurobond e disponibili solo all’impiego del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), il quale prevede la possibilità di intervenire economicamente a sostegno degli stati, ma con rigidi schemi di controllo a posteriori sulle politiche fiscali e sulla spesa pubblica.

Ad onor del vero, c’è da sottolineare che non è possibile concepire l’emissione di titoli obbligazionari europei, senza una comune amministrazione delle politiche fiscali.

Intanto, per essere rapidi nell’intervento, Il Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo si è riaggiornato al 7 aprile, senza prendere alcuna decisione e rimandando ogni misura, come se l’economia interna degli stati colpiti dall’emergenza potesse attendere altre due settimane, senza rischiare una definitiva compromissione degli asset strategici.

Così procedendo, i disordini sociali aumenteranno, la larghissima maggioranza delle aziende chiuderà o non riaprirà affatto dopo l’emergenza sanitaria. Bene ha fatto la Fondazione Einaudi a sviluppare una sintetica ricetta in otto punti, per fare ripartire il paese dopo l’emergenza coronavirus (leggi qui) ma il rischio è che senza uno scatto ontologico, a livello europeo, nessun paese potrà farcela da solo.

L’Unione Europea si trova oggi alla resa dei conti, da una parte vi è un’idea di maggiore apertura, cooperazione e integrazione degli stati, con una necessaria responsabilizzazione dei governi nazionali ma anche e soprattutto dei popoli, dall’altra parte una fredda visione tecnocratica di alcuni paesi del centro-nord Europa. Di certo, di queste due strade, solo una porta l’Unione Europea nel futuro, altrimenti nel XXI secolo si ritornerà a parlare soltanto di continente europeo e di stati nazionali.

L’Europa tornerebbe ad essere il campo di battaglia, sul quale si misurerebbero gli Stati Uniti d’America e la Russia, con la Cina, nuova superpotenza mondiale, a fare da terzo incomodo. Non so chi potrebbe prevalere, so di certo chi soccomberebbe! A questo punto, bisogna trovare il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e trasformare il veleno in farmaco, percorrendo la strada di una più intensa azione europeista.

Sarà necessario consentire l’elezione del Parlamento Europeo, sulla base di liste europee, nelle quali si possa scegliere il rappresentante, non in base alla nazionalità ma per i valori espressi. Muoviamoci verso un governo unico europeo, che armonizzi i sistemi fiscali, che si occupi di sicurezza e welfare comuni. Una nuova Unione Europea, fatta di popoli fratelli e solidali, nella quale le rispettive diversità potranno costituire gli ingredienti per un maggiore sviluppo, piuttosto che di una timorosa diffidenza.

Solo così l’Unione Europea potrà vincere quella sfida lanciata dall’emergenza Covid-19 e acquisire quella soggettività politica, sul piano internazionale, che la renderà finalmente matura, capace di confrontarsi e competere con le altre potenze mondiali.

Pubblicato da Il Riformista