Lorenzo Fiorespino: La violenza nella cultura della movida

Lorenzo Fiorespino: La violenza nella cultura della movida

Caro direttore sono un giovane ricercatore universitario di 27 anni. Esponenti della sinistra si esprimono sulla vicenda di Colleferro. Tirano in ballo la destra, il suo soffiare sull’odio, giocare col fuoco, aizzare le masse rabbiose. E dimostrano per l’ennesima volta di aver dimenticato la finestra chiusa. Chi scrive è benevolo perché vuole credere che la sinistra, pur spesso candidamente ignara del Paese che governa, sia scevra dai vizi della peggior destra, nel caso specifico quello di buttare scientemente in politica le tragedie. Vuole credere, lo scrivente, che la sinistra sia la solita ingenua, quella che alla fine ci si riduce a votare perché in fondo è meno malvagia, viscerale, fanfarona, sboccatamente antidemocratica della destra contemporanea. Almeno sono antifascisti, santi numi.

Voglio dunque credere che anche in questa vicenda coloro che a sinistra hanno accostato i fatti sconvolgenti di Colleferro alla propaganda di destra siano anime buone, eternamente impegnate in un leggiadro svolazzare di torre in torre, d’avorio in avorio; e che per questo non sappiano nulla di ciò di cui parlano. La violenza di Colleferro è l’estrema conseguenza di una cultura della movida che è ormai istituzionalizzata in Italia. E’ ormai cliché, e proprio per questo chi ha attaccato la destra in questi giorni si è coperto di ridicolo, oltre ad aver goffamente svilito la sacrosanta battaglia contro l’ammiccare razzistoide delle destre. Ma davvero non sapete?

La cultura della movida è cliché e si dispiega con sfacciata fierezza in tutti i luoghi preposti al divertimento notturno dei giovani – fascia che va dai quattordici ai trentaquattro, su per giù. La cultura della movida è istituzione e ha quattro pilastri, in ordine sparso: “alcol”, “cocaina”, “scopare”, “violenza”. Questi sono i motivi per cui buona parte di quella fiumana di giovani tra cui sfilano i vostri figli esce di casa la sera. I più innocenti sono quelli che concentrano energie e dedizione su “alcol” e “scopare”. Tra i quattro pilastri figura “violenza”. Il culto della violenza e della criminalità è parte del codice della movida. Migliaia di giovani si riversano ogni venerdì e sabato sera per le strade e i locali, infiammati da mitologie criminali, magari imbottiti di cocaina a basso costo o imbenzinati d’alcol ingurgitato senza criterio, frustrati, impuniti. Cercano deliberatamente la rissa.

Chiunque abbia un minimo di familiarità con le discoteche sa perfettamente che non ci vuole nulla a finire in uno scontro, e non c’è contesto sociale che tenga. Uno sguardo può bastare. Chiunque abbia un minimo di familiarità con la mentalità che alberga nei luoghi della night life impara quasi senza accorgersene come comportarsi, come muoversi, come guardare; impara a fiutare se gli sconosciuti che ha nelle vicinanze sono innocui o a caccia di vittime, e a regolarsi di conseguenza; perché la caratteristica saliente della violenza da sabato sera è proprio l’insensatezza, la gratuità. L’assenza di movente è regola, non eccezione. Mi è capitato di essere attaccato senza nessun motivo al mondo. Fortunatamente è sempre finita a parole pesanti e qualche spinta al massimo, ma il movente più robusto che ricordo è una leggera spallata che pare io abbia rifilato al gentiluomo che mi stava accanto. Il più delle volte finisce senza un graffio, insomma. Poi c’è chi è meno fortunato di me, e magari le prende, con lesioni e strascichi psicologici che vanno dalla minima alla massima gravità. E poi ci sono i casi estremi, le tragedie irrimediabili come quella di Willy Monteiro, o quella di Emanuele Morganti tre anni fa.

Accanirsi contro gli assassini senza condannare quella cultura è ipocrita. E banalmente, come per tanti altri problemi epocali, ci allarmiamo solo quando è impossibile nascondere la testa sotto la sabbia. Mettiamo in piedi mastodontiche gogne mediatiche per un paio di settimane, ci indigniamo intimamente al punto da esagerare nell’assedio verbale ai colpevoli (sul serio qualcuno ha augurato la morte al figlio nascituro del presunto assassino?); poi tutti a bere per dimenticare, e arrivederci al prossimo sacrificio.

 

Lorenzo Fiorespino

La Stampa, 13/09/2020

 

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