Lo sformato

Lo sformato

Cosa fare ora

Le coalizioni stanno prendendo forma. A destra hanno usato lo stampo del 1994, il tradizionale della casa, con la sua storia di divisioni e con il suo presente di frontali contrapposizioni. Il suo significato è uno solo: prima si vince e poi si vede.

A sinistra anche hanno uno stampo di famiglia, intitolato a unioni o frantoi, ma ogni volta che lo usano il risultato è tutto tranne che una forma compatta e convincente, ogni volta che scodellano il risultato poi gli si sfascia in mano, senza contare che il solo servirsene significa avere subito l’egemonia culturale e politica del berlusconismo.

Quindi giurano sempre che non lo tireranno mai più fuori, ma, non avendo altro, si rassegnano allo sformato di carne, pesce e verdure. Il suo significato è uno solo: prima si impedisce che vincano, poi si vede.

Non c’è alcuna ragione per supporre che, a questo giro, le cose vadano diversamente da come sono fin qui andate, dal 1994 in poi. Chi, come Azione e l’ardita sortita di Carlo Calenda, aveva detto e ribadito di credere nella necessità di abbandonare gli stampi, alla fine non ci ha creduto abbastanza.

A correre in solitaria resta Italia Viva, ma con un Matteo Renzi che, funambolico artista della politica, condivide solo metà della sorte della Sora Camilla: quella “tutti la vogliono e nessuno se la piglia”, qui non è detto sia fondata la prima parte.

A decidere vittorie, sconfitte, pareggi e squalifiche saranno gli elettori. Da qui al giorno delle elezioni avremo modo di tornarci. Quel che vedo, da subito, è una nuova legislatura che nasce già vecchia, l’ennesimo girone di ritorno di un campionato sempre meno interessante, con giocatori che passano da una parte all’altra e pubblico che rimane a casa e spegne la televisione.

Siccome, però, il futuro corre comunque, le cose accadono e cambiare è necessario, proviamo a immaginare cosa sarebbe utile fare, cosa è ancora possibile fare in questa partita giocata al passato.

La parte sconfitta capirà di avere sbagliato a mettere in scena una falsa coalizione. Lo capirà non tanto perché avrà appena perso le elezioni, ma perché quell’errore le impedirà di fare politica nell’immediato futuro. Si assisterà ancora alla nascita di “nuovi”, che già solo per questo sono vecchi rattrappiti.

La parte vincitrice si accorgerà che avere la maggioranza non significa avere in consenso, né interno alla coalizione né nel Paese, per governare convincentemente e durevolmente. Il peggio delle false coalizioni, insomma, non lo vediamo da qui al 25 settembre, ma da quel giorno in poi.

Posto ciò, se è rimasto un briciolo si senso di responsabilità e delle istituzioni, considerata la straordinaria propensione al compromesso e all’accomodamento, varrebbe la pena di stendere un accordo comune, fin da subito.

Chiunque vinca e perda l’attuale sistema elettorale è una schifezza (e la si finisca con la pagliacciata delle firme, per lo più false, cui si costringono le nuove formazione per presentare delle liste, si usi il sistema inglese: depositi una somma o firmi una garanzia, se totalizzi più dell’1%, anche se sconfitto, ti riprendi i soldi, altrimenti sei un disturbatore e li perdi).

Il sistema elettorale può essere di diversa natura, ma funziona solo se in armonia con l’architettura costituzionale. Le riforme costituzionali fatte gli uni contro gli altri o abortiscono e scodellano aborti, come quella del Titolo quinto (2001) e del numero dei parlamentari (2019).

Non essendo possibile fare accordi sul merito delle modifiche, li si faccia sul metodo: serve una apposita assemblea elettiva, con un anno di vita e senza privilegi o vitalizi. Infine: gli impegni presi per il Pnrr, chiunque vinca o perda, essendo stati presi largamente assieme, dovranno essere rispettati.

Non è poco. È moltissimo. E, a occhio, è più di quello di cui questo mondo politico è capace. Ma è il minimo necessario. Siccome il solo punto su cui gli incapaci convergono è il desiderio di sopravvivere, quelle sono le condizioni. Conviene a tutti. A chi vincerà e a chi perderà. E si può fare subito, non costando altro che la fatica di usare la testa.

La Ragione