Book devotion / L’eutanasia della democrazia: un libro in difesa della politica – certastampa.it

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Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Luigi Einaudi, ha da poco pubblicato presso l’editore Rubbettino un saggio intitolato “L’eutanasia della democrazia”, un lavoro che ha il pregio di illuminare il preciso momento nel quale la Politica italiana si è consegnata mani e piedi alla sudditanza nei confronti del Potere Giudiziario: quando cioè il Parlamento ha approvato la modifica dell’articolo 68 della Costituzione, eliminando di fatto l’istituto dell’autorizzazione a procedere nei riguardi dei membri delle due Camere legislative.

Il delitto nei confronti della democrazia si consuma con la Legge costituzionale n. 3 del 1993, approvata durante la controversa stagione di “Mani Pulite”. Dal quel momento in poi – ed è oramai trascorso un trentennio – l’equilibrio fra i poteri dello Stato si è irrimediabilmente rotto in favore della Magistratura.  Benedetto non nasconde le colpe di una stagione politica e di una classe dirigente che seppero fare un uso distorto delle tutele che i Padri Costituenti avevano inteso assegnare ai parlamentari, onde proteggerli dalle incursioni di una Magistratura politicizzata o comunque manchevole della dovuta imparzialità.

Pur tuttavia, attraverso l’analisi comparata dei sistemi giuridici di Civil Law e di Common Law, si comprende come quella italiana sia un’anomalia assoluta nell’intero Occidente, laddove o sussiste l’autorizzazione a procedere da parte del Potere Legislativo, oppure la Magistratura è sottoposta al Potere Esecutivo (o addirittura viene eletta dal popolo).

Solo da noi il parlamentare è soggetto a qualsivoglia azione penale, pur restando la Magistratura un potere slegato da tutto, tanto da svilire il ruolo e l’importanza della politica, vilipesa proprio a partire da Mani Pulite.

L’Italia, dopo l’abolizione dell’autorizzazione a procedere, sotto il profilo delle guarentigie parlamentari appare un ordinamento simile a quelli dell’Inghilterra e degli USA, in quanto vi è un’immunità sostanziale, ma è fortemente carente quella processuale. Purtroppo la struttura della Magistratura italiana è esattamente all’opposto rispetto alla tradizione anglosassone: i magistrati italiani vengono selezionati per concorso pubblico secondo criteri tecnico-burocratici, ergo non godono di alcuna legittimazione dal basso.

Ciò vale sia per i magistrati giudicanti e ancor più per i Pubblici Ministeri. Nel mondo anglosassone vige il principio della discrezionalità dell’azione penale, in Italia quello dell’obbligatorietà, da loro gli uffici requirenti sono soggetti al potere esecutivo o nominati dal corpo elettorale, da noi sono burocrati irresponsabili e privi di qualsivoglia forma di controllo del governo.

Il PM non risponde della propria attività, è sottratto alla vigilanza degli altri poteri dello Stato e perfino a quella del suo superiore gerarchico. È in grado di influenzare la giurisdizione e titolare del potere di sottoporre liberamente a indagine ogni membro del Parlamento.

Questo non avviene in nessun altro Paese al mondo. In pratica abbiamo sancito una delega in bianco a favore della Magistratura che perdura da 30 anni. L’assunto è che in Italia sia più opportuna una democrazia giudiziaria piuttosto che una parlamentare, considerato che la classe politica si è rivelata non all’altezza dei compiti attribuiti.

Eppure occorre riaprire il dibattito sull’autorizzazione a procedere: tale prerogativa conserva la funzione di impedire iniziative politiche della Magistratura, ma è stata vilipesa durante la stagione di Tangentopoli con l’unica motivazione di dover punire la classe politica.

Il risultato è che ancora oggi non esista alcun contrappeso alle iniziative politiche delle Procure. Il Giudice finisce sovente per sostituire l’elettore, con l’esito catastrofico che secoli di battaglie politiche finalizzate a sancire il principio di divisione dei poteri siano svaniti al cospetto del giustizialismo imperante. L’Italia è dunque nel guado: da un lato il giudice burocrate, dall’altro l’assenza dell’immunità processuale.

Ma va ricordato che l’origine delle prerogative parlamentari coincide con la nascita delle grandi democrazie occidentali e che l’insindacabilità è il seme originario del regime parlamentare, giacché fu proprio garantendo il diritto di critica dei parlamentari nei confronti del re e dei suoi ministri che si stabilì il concetto che questi ultimi dovessero progressivamente guadagnarsi la fiducia dei primi. Solo le assemblee legislative infatti esprimono la sovranità dei cittadini.

Quindi le immunità parlamentari non sono creazioni giuridiche figlie del capriccio, bensì un prodotto storico dovuto alle lotte sostenute dalle assemblee politiche per affermarsi innanzitutto di fronte al potere esecutivo e, solo poi, di fronte al potere giudiziario.  Non dobbiamo mai dimenticare la lezione impartitaci dalle dittature del ventesimo secolo: in Italia – durante il ventennio fascista – gli oppositori del regime furono perseguiti in ragione del proprio credo politico, alcuni furono confinati e reclusi, altri addirittura uccisi. Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Luigi Longo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Ferruccio Parri e Sandro Pertini, solo per citare i casi storicamente più noti.

Non a caso Piero Calamandrei cesellò la famosa frase: “La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Le guarentigie parlamentari non spezzano il cordone ombelicale tra rappresentato e rappresentante, bensì servono a rinvigorirlo, affinché l’azione politica venga valutata e giudicata da ciascun cittadino al momento delle urne e non già nelle aule dei tribunali. La democrazia postula il confronto con l’elettore attraverso la proposta politica, ma impone quale mezzo di valutazione il voto. L’inviolabilità del parlamentare è dunque preordinata a rendere l’arena del dibattito pubblico il seggio elettorale, quale sede privilegiata dei giudizi di valore e non dei giudizi penali.

Durante il sanguinoso dibattito parlamentare che sfociò nella disgraziata Legge costituzionale n. 3/1993, Marco Pannella dichiarò come sempre magistralmente: “Il nostro compito è di guidare la formazione dell’opinione pubblica; il nostro compito, per non essere antipopolari, è di essere semmai impopolari in alcuni momenti. È nella moralità dell’opera e delle scelte di oggi che dobbiamo costruire le nuove unità e le nuove leggi, a salvaguardia del parlamento e del suo decoro, per dire ai demagoghi, quanto più sono potenti, che non subiamo ricatti! Viva la Costituzione repubblicana! Viva l’art. 68! Viva il Parlamento che saprà difenderlo come non ha fatto in passato, ma come solo noi possiamo fare!”.

Assieme a lui l’Onorevole Cicciomessere, altro alfiere dei Radicali Italiani: “Sarebbe opportuno che questi nostri colleghi, i quali parlano con tanta facilità dell’abolizione dell’art. 68 della Costituzione, ricordassero che la fine del sistema parlamentare in Italia ha coinciso, appunto, con l’eliminazione fisica dei deputati dell’opposizione e, contestualmente, con il ripudio dell’inviolabilità parlamentare”.

Tanti ebbero modo di ribadire come l’inviolabilità non avesse lo scopo di proteggere la persona del parlamentare, bensì quello di tutelare l’indipendenza della funzione che egli esercita. Tanti sottolinearono come fosse la cultura del sospetto a dover essere estirpata dal circuito democratico, non già le garanzie contro intenti persecutori. Del resto, il motto di Luigi Einaudi era “conoscere per deliberare”, ma purtroppo la maggioranza del Parlamento nel 1993 deliberò senza conoscere, o meglio riconoscendo solo la paura dei forconi nelle piazze.

Il Partito comunista si piegò alle urla belluine che salivano dal popolo, così come fece la Lega Nord, sia con Umberto Bossi che con l’onorevole Dosi: “I governanti, l’attuale classe politica, non hanno più l’appoggio e non godono più della fiducia dei cittadini, i quali hanno capito che chi detiene il potere non lo ottiene per mandato popolare, ma in virtù di clientele che procurano consenso carpendolo con corruzione e ricatti. La realtà è che gli italiani devono garantirsi da coloro che ufficialmente sono i loro rappresentanti”.

La cattiva prassi di utilizzare male l’istituto dell’immunità parlamentare fu spazzata via da una norma perniciosa. Eppure coloro che descrissero ingiustificati privilegi della Casta devono sapere che godono della fortuna di non aver vissuto le stagioni più buie della storia umana e di non essere stati umiliati, picchiati o reclusi per aver manifestato il proprio pensiero.

Dopo tre decenni, continua a primeggiare l’idea di una fiducia cieca nella neutralità del magistrato, benché i recenti scandali interni al potere giudiziario abbiano scavato profonde ferite nell’opinione pubblica. La deriva culturale nella quale siamo scivolati è riassumibile così: “per punire una classe dirigente rea di condotte inadeguate si è in realtà umiliato il ruolo stesso del rappresentante politico i cui giudizi di valore sono spesso rimessi al giudice. I partiti, formazioni sociali centrali secondo l’architettura costituzionale, sono divenuti per l’opinione pubblica centri di potere autoreferenziali, dannosi per gli interessi dei cittadini”.

I Padri costituenti vollero attribuire all’elettore la valutazione insindacabile dell’operato del politico perché è nel solco del principio di divisione dei poteri che cammina ed evolve una democrazia. Nel 1993 il muro di protezione della politica è caduto e lo smontaggio scientifico di un intero sistema politico si è compiuto.

Ma come ci ricorda Benedetto “La libertà dei rappresentanti resta condizione indefettibile per la libertà dei rappresentati”.

Ecco perché occorre quotidianamente lavorare per tornare alla dignità della politica, senza la quale non può esservi sviluppo sociale, progresso economico, prosperità della famiglia e di tutta la comunità.

Maria Cristina Marroni su certastampa.it